| FRANCESCA
MURIALDO - Il testo di Gabriella D'Amato, nel vasto
panorama di pubblicazioni che si pongono l'obiettivo
di classificare e presentare l'evoluzione degli elementi
di arredo, si pone l'ambizioso obiettivo di indagare,
fornendo quindi una interpretazione critica, gli oggetti
come entità in grado di intrecciare rapporti con i
luoghi e con le persone. Il tema è quello di esplorare
un' «arte applicata» all'interno del paradigma che
De Fusco definisce dell'estetico (R. De Fusco, Prefazione,
in G. D'Amato, Storia dell'arredamento dal 1750
ad oggi, , Laterza, Bari 1992, p. 8), ossia di
tutto ciò che riguarda la bellezza, il gusto ed il
piacere. Ed è proprio a De Fusco che è demandato il
compito di definire e circoscrivere le tematiche affrontate
dalla D'Amato nella sua esaustiva prefazione al libro.
Il testo, nel suo complesso, è di piacevole lettura,
addolcito nelle considerazioni tecniche e storiche
da riferimenti letterari che aiutano a comprendere
la relazione tra oggetti, luoghi e persone. Encomiabile
è anche lo sforzo operato per suddividere i vari periodi
storici, con le rispettive connotazioni geografiche
(si parla sempre e comunque solo del mondo occidentale,
il che rende il libro, in alcune sue parti, un po'
scontato contenutisticamente per chi già conosce la
materia), secondo schemi interpretativi che lo stesso
De Fusco definisce «artifici storiografici» (ivi,
p. 9).
Il libro viene pubblicato agli inizi
degli anni Novanta, momento di grave crisi ideologica
in un paese che improvvisamente vede venire meno tutti
i fermenti politici e culturali che dal dopoguerra
lo avevano caratterizzato segnando, tra l’altro, la
definitiva sconfitta dell'ideologia positivista del
design italiano. Il testo della D'Amato nella sua
ultima parte, forse inconsciamente, registra questo
stato di crisi, non riuscendo a centrare l'obiettivo
della narrazione dei luoghi attraverso gli oggetti
e, nel suo testo del 2001 L'arte di arredare –
La storia di un millennio attraverso gusti, ambienti,
atmosfere (Mondatori, Milano 20021) e in quello
del 2005 Storia del Design(Bruno Mondatori,
Milano 2005), l'autrice passa dal considerare l'arredamento
«quale mezzo per pervenire alla conoscenza dell'abitare»
(G. D'Amato, Introduzione in L'arte di arredare...cit.,
p. 7) al porsi la «domanda se l'arredamento possa
essere considerato anche una vera e propria arte»
(ibidem).
Del resto, diversi libri di interesse
disciplinare, pubblicati negli stessi anni del testo
della D'Amato, confermano come in quel periodo si
sia registrata una virata di interesse nei riguardi
del design. Dal punto di vista storiografico, molte
pubblicazioni sono incentrate sulla storia del design
italiano dal dopoguerra, e altrettanto possiamo dire
nei confronti di pubblicazioni di carattere metodologico
e critico. «L'arredamento è un arte applicata che
media la coesistenza fra l'architettura di uno spazio
interno e gli “oggetti” in esso contenuti; non è,
come molti sostengono, architettura degli interni
[…]» (p. 7): De Fusco, nella prefazione al libro,
definisce l’ambito di ricerca, concentrandosi sulla
distinzione tra «estetico» e «artistico», attribuendo
al primo, ovvero al conoscere sensitivo, il campo
d’elezione dell’arredamento. La struttura del libro
è al tempo stesso essenziale ed interpretativa. Come
già accennato, la D'Amato fin da subito si situa nella
tradizione heidegheriana, ossia in quel filone del
pensiero che lega «l'abitare» all'«essere» e intende
l'abitare come il soggiornare presso cose e luoghi:
la parte che chiude ogni capitolo, infatti, è costantemente
intitolata L'abitare. Gli oggetti di arredamento,
secondo l’autrice, sono capaci di stabilire rapporti
con lo spazio, con il tempo e con il luogo e, al tempo
stesso, costituiscono un elemento fondamentale nella
conoscenza della spazialità dell'abitare, come intesa
da Walter Benjamin, ossia non riferita al mero spazio
fisico, ma a quello dell'esperienza.
Il volume fa coincidere l'inizio della
trattazione con la data del 1750, poco prima della
Rivoluzione Industriale, spartiacque tra quello che
è successo prima e il cambiamento del mondo che l'ha
seguita. La suddivisione si articola in tre macro
capitoli che, semplicemente, sono intitolati Il
Settecento, L'Ottocento ed Il Novecento,
e che vengono interpretati da sottotitoli che ne caratterizzano
l'aspetto peculiare. Un ulteriore sforzo, nell'ottica
di non soccombere ad una mera organizzazione cronologica
dei contenuti, o tanto meno alla classificazione delle
tendenze formali che nella storia classica dell'arredamento
parla di “stili” in funzione di successioni dinastiche
o avvenimenti politici, è realizzato con la declinazione
dei temi nei capitoli. Il secolo della bellezza
è quindi declinato in Il bello razionale ed
Il bello metaforico; Il secolo della storia
in Lo storicismo metaforico, Lo storicismo
etico e Lo storicismo eclettico; Il secolo
del moderno in Le anticipazioni del moderno,
I differenti volti del moderno e Continuità
e crisi del moderno. Questa suddivisone, che risulta
alquanto debole nella sua parte riferita al Novecento,
è fondata sulla convinzione che «le vita delle forme
ci sembra obbedire soprattutto a delle sue logiche
interne [...] [ed] è soprattutto guidata da nuclei
di idee rientranti in una più generale vita del pensiero
artistico e del dibattito su di esso» (p. 21). li
oggetti descritti dalla D'Amato sono entità autonome
che, in virtù del significato che posseggono in potenza,
sono in grado “di fare”, di sopperire alla carenza
di spazio, di dare soddisfacimento alle necessità
funzionali e simboliche, di intrecciare «legami invisibili»
con i comportamenti. In altre parole, sono quegli
oggetti che Calvino definisce «magici».
L'autrice ritiene di
individuare nel dibattito intorno al concetto di bello,
la peculiarità del XVIII secolo. Il concetto viene
declinato in bello razionale e bello fantastico,
individuando una evoluzione del pensiero che si
sposta verso l'analisi della percezione sensibile.
L'abitare del
Settecento si apre con un brano tratto da La
petite maison di Jean-Francois de Bastide, stratagemma
per illustrare come gli ambienti in questo secolo
comincino a essere caricati di significati che ne
trascendono la mera funzionalità. Anche gli oggetti
d'uso sono espressione dei gusti e dei comportamenti,
come viene raccontato attraverso le parole di Choderlos
de Laclos in Les liaisions dangereuses del
1782 dove
l'ottomana diventa protagonista degli amori clandestini
dei protagonisti o attraverso quelle di Proust in
À la recherche du temps perdu
che ci descrive una serata in casa Verdurin allietata
da «un pasto squisito» e soprattutto da preziose porcellane,
calici iridescenti e vasellame d'argento. La
D'Amato individua nell'Ottocento il secolo dove si
sono verificate più innovazioni dal punto di vista
disciplinare, tant'è che fa seguire il consueto paragrafo
L'abitare, a ognuno dei tre capitoli relativi
al XIX secolo, ossia, Lo storicismo metaforico,
Lo storicismo etico e Lo storicismo eclettico.
A questa suddivisione corrispondono diversi atteggiamenti
dovuti, secondo le teorie di Nikolaus Pevsner,
al fatto che «mentre il Settecento creava nuovi
sistemi, l'Ottocento si accontentava in misura sorprendente
di studiare storicamente e comparativamente i sistemi
filosofici già esistenti» (N. Pevsner, Am Outline
of European Architecture, Harmondsworth: Penguin,
London 1943, trad. it. Storia dell'architettura
europea, Laterza, Bari 1959, p. 252).
L'abitare dell'Ottocento
è caratterizzato da una sorta di democratizzazione
dell'architettura che si riflette sia sull'impostazione
tipologica che sull'arredamento, ponendo entrambi
al centro di una notevole rivoluzione concettuale.
Dal punto di vista distributivo e tipologico, la flessibilità
funzionale degli spazi viene meno con la creazione
del corridoio, che predetermina le funzioni di ogni
stanza e la circolazione all'interno dell'appartamento.
I tanti saloni che avevano caratterizzato le abitazioni
dei secoli precedenti si condensano nell'unico «salotto»,
come quello di gusto eclettico descritto nel Bel-Ami
di Maupassant, e alcuni ambienti, quali la sala da
pranzo di Emma Bovary,
assumono una importanza mai avuta prima. Dall'altra
parte gli elementi di arredo si svincolano dall'involucro
murario per essere posizionati liberamente nello spazio,
come ci racconta Balzac ne La fille aux yeux d’or,
e assumono sempre più quel valore simbolico che
spinge la coppia di Jèrôme e Silvie, nel romanzo di
Georges Perec Le choses, a cercare l'appagamento
sociale attraverso l'ostentazione degli oggetti di
cui si circondano.
Il capitolo su Il
Novecento si snoda, al contrario dei precedenti,
su una linea cronologica, individuando la soglia del
moderno nell'ultima parte dell'Ottocento. La D'Amato,
facendo sue le tesi di Henry R. Hitchcock, sostiene
che molte linee di sviluppo hanno avuto un andamento
convergente negli anni Venti per poi divergere di
nuovo in una moltitudine di sfaccettature diversificate.
L'abitare assume «il rapporto tra esterno ed
interno dell'abitazione, e fra abitazione e contesto
ambientale,[...] quale falsariga del significato dell'abitare
agli esordi del moderno» (p. 286). I maggiori sforzi
degli architetti di questo periodo sono orientati
verso l'interno delle abitazioni. Le esperienze di
questo periodo in tema d'interni si concentravano
sull'invenzione di un nuovo quotidiano, come racconta
Elias Canetti in Die Fackel in Ohr, Lebensgeschichte
(1921-1931), in riferimento alla poetessa Ibby,
che riceveva i suoi ospiti in un appartamento senza
alcun arredo, spingendosi, in alcuni casi, nella direzione
di un rifondamento dello stile di vita con l'intenzione
programmatica di organizzare il lavoro e la vita domestica
in modo ottimale.
Il terzo capitolo Continuità
e crisi del moderno parte da un articolo di Ernesto
N. Rogers, pubblicato nel 1952, e si pone l'obiettivo
di analizzare tutti quegli aspetti persi con il razionalismo
e ora rappresentati da riflessioni sul recupero dell'ornamento
e della valenza psicologica e percettiva, oltre quella
razional-funzionalistica. Il paragrafo su L'abitare
chiude il capitolo sul Novecento e l’intera opera
e si concentra su come «il senso dell'odierno “abitare
tra gli oggetti” può essere colto dalla configurazione
dell'ambiente più rappresentativo della scena domestica:
il soggiorno» (p. 407): viene sottolineato il nuovo
rapporto che si viene a creare sia dal punto di vista
distributivo sia dal punto di vista della contaminazione
tra le funzioni; vengono, infine, individuate le motivazioni
in radici di matrice sociologiche e legate all'evoluzione
dei costumi di vita; vengono passati in rassegna alcuni
casi studio ma non si riesce a dare un quadro interpretativo
convincente delle ipotesi fin qui portate avanti.
Mentre i capitoli sul
Settecento e sull'Ottocento sono densi e si può coglierne
la complessità contenutistica grazie alle interpretazioni,
alle citazioni, ai riferimenti e ai racconti di alcuni
dei più grandi rappresentanti della letteratura europea,
il capitolo sul Novecento rinuncia a quella interessante
schematizzazione critica, lasciandosi trasportare
dalle suddivisioni accademiche temporali o geografiche
e non riuscendo a valorizzare quella moltitudine di
esperienze che, sia di termini di crisi che di continuità,
hanno comunque caratterizzato il Novecento. Nell'ultima
parte, in particolare, diventano più sporadici i racconti
dell’abitare ed è come se gli oggetti si rendessero
indipendenti dalle loro relazioni con i luoghi e con
le persone, forse verso quell’ Arte di arredare
che la stessa D'Amato scrive nel 2201 con l'idea
di indagare l'arredamento come una vera e propria
arte.
NOTA SULL'AUTORE
Gabriella D’Amato è professore associato di Storia
dell’Architettura presso la Facoltà di Architettura
dell'Università “Federico II” di Napoli ed ha al suo
attivo varie pubblicazioni tra cui: L'architettura
del protorazionalismo, Laterza, Bari 1987; Fortuna
e immagini dell'art Déco. Parigi 1925, Laterza,
Roma 1991; L'arte di arredare. La storia di un
millennio attraverso gusti, ambienti, atmosfere,
Mondadori, Milano 2001; Storia del design,
Bruno Mondadori, Milano 2005.
|