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Uomo e meccanizzazione: un delicato equilibrio.
 
GIEDION, Siegfried, Mechanization Takes Command, Oxford U.P., s.l. 1948, trad.it. L'era della meccanizzazione, Feltrinelli, Milano 1967.

IRENE PASINA - Il manoscritto di Mechanization takes Command viene completato nel 1945, ma pubblicato per la prima volta nel 1948. Il lavoro di raccolta e di preparazione dei materiali che esso contiene è stato portato avanti in diverse fasi: la prima tra il 1929 e il 1938, periodo in cui Siegfried Giedion progettava di scrivere un libro dal titolo Konstruktion und Chaos e lavorava tra Parigi, Londra e la Svizzera frequentando assiduamente le loro diverse biblioteche. La seconda fase inizia dopo l’interruzione dovuta allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando egli riprende in mano i materiali raccolti rielaborandoli e riorganizzandoli, grazie anche alle lezioni tenute alla University of Yale durante lunghi e frequenti viaggi in America. Nell’intervallo tra questi due periodi viene pubblicato il primo capolavoro dell’autore, Space, Time and Architecture, una delle opere fondamentali per la storia e la critica dell’architettura del XX secolo.
I due testi sono strettamente connessi l’uno all’altro. Mechanization takes Command si pone in continuità rispetto a uno dei problemi affrontati da Giedion in Space, Time and Architecture, ossia la dicotomia tra la capacità razionale dell’uomo, la ratio, e il suo istinto, la capacità di immaginare e creare, che derivano dalla natura. Nella breve introduzione al libro, intitolata Meccanizzazione, e nel paragrafo Prospettiva, Giedion indica le linee guida dell’opera. La meccanizzazione è un aspetto determinante nella vita dell’uomo contemporaneo e l’attenzione nel libro si concentra sugli effetti che questa ha sugli istinti e il comportamento umani, sulla possibilità di conciliare ragione e natura. «Le domande che ci poniamo sono ancorate all’uomo. Non basta constatare semplicemente l’influsso della meccanizzazione» ma è necessario «prendere in considerazione influssi psichici che, sovente, influiscono sul decorso in modo decisivo. Nella storia e nell’esempio della meccanizzazione, l’arte rappresenta il fattore psichico» .
Giedion ha ricreato un panorama di immagini e riferimenti legati al mondo dell’arte delle Avanguardie che lo aiutano a chiarire i suoi ragionamenti sul movimento, la forza che si pone come elemento di connessione tra uomo e macchina: gli esperimenti fotografici di XXX Muybridge e l’opera di Marcel Duchamp, il lavoro di Paul Klee e la Scomposizione Cubista, la tecnica di accostamento di immagini di Max Ernst, ripresa anche come metodo di raccolta e presentazione di alcuni esempi nel libro. L’Arte, come forza che nasce nell’intimo dell’uomo, è in grado di aiutarci nell’interpretazione della Tecnica e della Scienza quando si distacca dalla classificazione in Stili e tenta di creare nuove forme di espressione. Questa scelta si rispecchia nella volontà di compilare una storia anonima degli oggetti, anche se appare un po’ strano, come sottolinea Sokratis Georgiadis, il tentativo di rendere la storia neutra e sconosciuta in un’epoca in cui prevalgono la soggettività e l’individualismo, dove i progetti iniziano ad essere legati indissolubilmente ai loro artefici .
Il rapporto con la storia è uno dei nodi principali sui quali è costruito tutto l’impianto del testo. Scrive l’autore nell’introduzione:

La storia è uno specchio magico: chi vi guarda dentro, vi scorge la propria immagine in forma di avvenimenti e di sviluppi. Essa non si arresta mai. È in continuo movimento, come le generazioni che la osservano. Non è mai possibile coglierla nel suo complesso. Si rivelano a noi soltanto frammenti in rapporto al punto di vista del momento. […] Lo storico ha a sua disposizione un materiale non durevole: l’uomo. […] Se noi consideriamo la storia come comprensione di un incessante svolgersi di avvenimenti mutevoli, essa può venir accostata ad un fatto biologico. […] La storia anonima è molto stratificata .

L’interesse di Giedion non è rivolto solo ai fatti e agli avvenimenti storici, ma anche al risvolto politico, economico, sociale e antropologico che essi hanno avuto nella loro epoca. Una visione ampia, critica e consapevole, che ripone una centralità non secondaria nell’uomo e nelle sue azioni. Lo studio della storia anonima, quella quotidiana, fatta di piccole azioni e con oggetti semplici, diventa l’approccio prioritario, perché è quella che permette all’uomo di rimanere in contatto con la Storia nel suo insieme, di avere un orizzonte più ampio per poter osservare e giudicare gli avvenimenti, le innovazioni tecniche, le scoperte scientifiche. «La retrospettiva storica non è mai usata come sfondo di una euforia del progresso, bensì come metro di misura, come scala» .
Il libro raccoglie una serie di prodotti legati al mondo dell’ingegneria, dello sviluppo di nuovi materiali e di nuove tecniche di produzione, tutti ambiti in cui la precisione di calcolo e di progetto permettono uno studio oggettivo del prodotto. L’analisi di Giedion sulla meccanizzazione ripropone le grandi trasformazioni che hanno contribuito al progresso tecnico-scientifico, iniziando dal semplice meccanismo del lucchetto Yale. Supportato dall’ampio apparato iconografico, l’autore inizialmente affronta l’evoluzione tecnologica dei macchinari che hanno a che fare con l’elemento organico ma hanno un contatto indiretto con l’uomo (Parte Terza e Parte Quarta): studia prima il settore agricolo, poi passa all’industria alimentare, analizzando lo sviluppo della catena di produzione di pane e biscotti, e delle filiere per l’allevamento e la macellazione. Nella seconda metà del libro (Parte Quinta, Parte Sesta e Parte Settima) il progresso tecnologico è rapportato direttamente all’uomo: inizia dai mezzi di trasporto per poi passare alla meccanizzazione all’interno dell’abitazione privata (letti, sedute, cucine e bagni). Tutti oggetti che aiutano l’uomo nella sua quotidianità e che sono diventati col tempo indispensabili. La storia di questi oggetti aiuta nella comprensione degli avvenimenti umani di ogni epoca.
I mobili rientrano nel numero di quegli utensili prodotti dall’uomo e intimamente legati alla sua esistenza. Con essi l’uomo vive giorno e notte. Sono in stretto rapporto con le ore di lavoro e di riposo. Sono testimoni della sua vita intima, della sua nascita e della sua morte.
Le descrizioni sono minuziose, la narrazione incalzante, il filo del pensiero critico si srotola e accompagna il lettore passo per passo, nel tentativo di rendere il più chiaro possibile ogni ragionamento. Gottfried Korff, che ha analizzato questa opera, l’ha messa a confronto con le expositions industrielles e universelles che hanno segnato la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, definendola «il catalogo di una “esposizione immaginaria”, come il catalogo di un direttore di un museo senza collezioni e senza un grande budget» . In effetti, l’impostazione data al testo rispecchia le riflessioni di Giedion sul significato di “esposizione” sviluppate in seguito alle sue molteplici collaborazioni come curatore di mostre: un’esposizione deve essere interessante e avvincente nei temi offerti, audace e ricca di fantasia nella sua configurazione; deve dare un rilievo particolare alle questioni antropologiche e ai risvolti sociali; deve guardare al passato e alla storia per presentare le soluzioni attuali. Il punto di partenza di un progetto espositivo è l’uomo. Tutte caratteristiche che contraddistinguono Mechanization takes Command.
E infatti la questione fondamentale rimane sempre l’uomo e la contrapposizione tra ragione e natura. La meccanizzazione in sé è forza cieca, priva in se stessa di orientamento e senza segno positivo o negativo. Come per le forze della natura tutto dipende da come l’uomo la utilizza e da come se ne difende. Che l’uomo abbai creato la meccanizzazione traendola dalla propria interiorità, ne aumenta la pericolosità perché essa agisce dall’intimo in modo più incontrollato che le forze della natura, agisce cioè sui sensi e sulla struttura spirituale del suo inventore .
Dopo gli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, la visione positiva del pensiero razionale e l’entusiasmo per il progresso da essa generato crollano, lasciando l’uomo confuso e smarrito. Nel testo tenta varie volte di mettere in luce l’aspetto grottesco di questa situazione, considerando che il costante sviluppo dell’efficienza nell’industria ha prodotto un impoverimento dell’essenza delle cose:
La meccanizzazione della cucina procede di pari passo con la meccanizzazione degli alimenti. E quanto più viene meccanizzata la cucina, quanto più s’inventano mezzi per risparmiare lavoro nel governo della casa, tanto più cresce l’esigenza di ricevere possibilmente cibi già preparati. E questo porta sempre più ad una sensibile standardizzazione nel gusto .
In alcuni casi le sue riflessioni sembrano addirittura premonizioni della condizione di conflitto tra Progresso ed Etica in cui ci troviamo attualmente. La capacità di osservazione e di intuizione dell’autore lo ha portato a scrivere un testo ancora straordinariamente valido nella sostanza, sebbene gli esempi proposti siano ormai datati. L’uomo, che per natura non è portato alla meccanizzazione e all’automazione, ne è così influenzato che ha modificato molti suoi comportamenti e rischia di perdere le sue caratteristiche di unicità e la capacità di essere indipendente dalle macchine. Il suggerimento per non soccombere è mantenersi in equilibrio utilizzando senso critico e coscienza etica, perché «gli individui dotati di ingegno hanno forse particolari possibilità, ma la massa normale non sfugge alla automatizzazione» .



NOTA SULL'AUTORE
Sigfried Giedion nasce a Praga nel 1888, figlio di genitori svizzeri.
Studia a Vienna dove si laurea in Ingegneria meccanica nel 1913. Dopo la Prima Guerra Mondiale si trasferisce a Monaco per studiare Storia dell’Arte e, sotto la guida di Heinrich Wolfflin, nel 1922 pubblica la sua tesi di dottorato dal titolo Spätbarocker und romantischer Klassizismus. Insieme a Walter Gropius e Le Corbusier è stato promotore dei CIAM, dei quali è stato il Segretario Generale fino al 1956.
Dal 1938 inizia una serie di viaggi negli Stati Uniti per tenere alcune lezioni alla Harvard University (1938) e alla Yale University (1941-1945). Nel 1945 torna a Zurigo dove, dal 1948 al 1958, insegna alla Eidgenossische Technische Hochschule (ETH) come Privatdozent (lettore esterno) mentre tra il 1955 fino ai primi del 1960 tiene regolarmente dei seminari alla Graduate School of Design di Harvard.
Muore a Zurigo nel 1968.

 

BIBLIOGRAFIA

Per una bibliografia completa di tutti i saggi, le monografie, le prefazioni e gli articoli scritti da Siegfried Giedion si rimanda alla bibliografia curata da Laura Bica, Siegfried Giedion. Scritti di Architettura 1928-1968, Flaccovio, Palermo 2000.
Qui di seguito vengono riportati i testi principali di Giedion.

GIEDION, Sigfried, Spätbarocker und romantischer Klassizismus, F. Brückmann, München 1922.

GIEDION, Sigfried, Bauen in Frankreich Eisen Eisenbeton, Klinkardt & Biermann, Leipzig-Berlin 1928.

GIEDION, Sigfried, Walter Gropius, Crès, Paris 1931, trad. it. Walter Gropius, l'uomo e l'opera, Edizioni di comunità, Milano 1954.

GIEDION, Sigfried, Space, Time and Architecture. The Growth of a new tradition, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1941, trad. it. Spazio tempo e architettura, lo sviluppo di una nuova tradizione, Hoepli, Milano 1954.

GIEDION, Sigfried, CIAM – Congres Internationaux d’Architecture Moderne. A decade of new architecture, Girberger, Zurich 1951.

GIEDION, Sigfried, The architecture you and me, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1958, trad. it. Breviario di Architettura, Garzanti, Milano 1958.

GIEDION, Sigfried, The eternal present: a contribution on constancy and change. The Beginnings of Architecture, 2 voll., Oxford University Press, London 1962-64, trad. it. L'eterno presente: uno studio sulla costanza e il mutamento. Le origini dell'arte, Feltrinelli, Milano 1969, 2 voll.

GIEDION, Sigfried, Architektur und das Phänomen Wandels. Die drei Raumkonzeptionem in der Architektur, Wasmuth, Tübingen 1969, trad. it. Architettura e il fenomeno del cambiamento. Periodi di transizione, Flaccovio, Palermo 1998.