USULA IANNONE ̶ Nessuna introduzione precede i capitoli
primi dell’opera, scritta a quattro mani da Marangoni,
che firma i volumi relativi ai periodi che vanno
dalle origini della storia dell’arredamento fino
al 1500, e dal 1500 fino al 1850, e da Clementi,
che tratta la storia dal 1850 fino al 1950 (l’opera
è completata da L’arte dell’arredamento di
Alberto Clementi, Società Editrice Libraria, Milano
1962). L’intento degli autori, infondere nel lettore
il senso dell’arte, si definisce però immediatamente,
non affrontando alcuna querelle, né dando
definizioni: «I popoli che non seppero rispecchiare
la loro anima, nelle manifestazioni molteplici dell’arte,
non ebbero storia. E non la meritarono. L’arte è
il linguaggio stesso della civiltà, non una sovrapposizione
alla vita» (vol. I, p. 1). Il punto di partenza
vuole essere l’emozione che suscita l’arte nel suo
evolversi, da quando è solo vaga aspirazione estetica,
fino che diventa stile, in tutte le sue successioni
e progressioni. Bisogna aspettare il capitolo primo
del terzo volume perchè si spieghi a chiare lettere
il loro compito, riguardante «la pura rassegna storica
delle manifestazioni concrete più evidenti limitatamente
al campo delle arti decorative e dell’arredamento»
(vol. III, p. 1).
Marangoni ripercorre
con misurata leggerezza l’avvicendamento delle epoche,
puntando su tutto ciò che effettivamente concorre
alla definizione del costume e del gusto: gioielli,
ceramiche, vasellame, tessuti, abiti, specchietti,
ventagli, cornici, tappeti, arazzi; tutto quello
che può portare il lettore a percepire l’atmosfera
della casa degli antichi e, quindi, a sentirne la
presenza. Ad avvalorare questo suo pensiero, l’uso
frequente di parole come grazia, armonia, bellezza,
che non sconfinano nel retorico e perciò aggiungono
carattere alle descrizioni. Richiamando sovente
in causa la letteratura, la musica e soprattutto
la poesia, l’autore denota la volontà di cogliere
l’atteggiamento dei popoli e il carattere morale
dei secoli. Così come la scelta di riportare numerosi
aneddoti relativi a delle usanze, «certe volte si
usarono anche alcune tuniche sovrapposte. […] Augusto
ch’era molto freddoloso usava portare quattro toghe
una sopra l’altra!» (vol. I, p. 94), o a determinate
scoperte, «una mattina il Koeningsten ebbe a notare
come la cipria recatagli dal domestico per cospargere
secondo la moda l’ampia parrucca, avesse un peso
specifico enorme, inconsueto. […] Quella pretesa
cipria non era che del caolino!» (vol. II, p. 112),
incuriosiscono e inducono al piacere della lettura
e della conoscenza.
La trattazione della
storia ha carattere di racconto. Lo stile è informale,
il linguaggio è semplice, privo di accenti severi.
Nel corso dell’analisi storica, l’autore non manca
di riportare alla luce oggetti di arredo o meccanismi
o abiti di un’epoca remota, che anticipano modelli
contemporanei: i klinai greci, ad esempio,
quando per mancanza di spazio venivano chiusi a
libro, o i pantaloni minoici e micenei adottati
dalle donne. Segue un ordine cronologico, facendo
però riferimento ai fatti puramente storici per
linee molto ampie. Ne è testimone la mancanza quasi
assoluta di date. Sporadicamente egli nomina gli
eroi di un’epoca o i vari faraoni, re, imperatori,
se non determinanti di uno stile: i vari Luigi XIII,
XIV, XV, XVI, Regina Elisabetta, Filippo II. Ricostruisce
la storia dei popoli non attraverso gli eventi,
ma le arti applicate. Di estremo interesse è di
conseguenza il tentativo di creare una vasta rete
di riferimenti geografici, per avere confronti tra
civiltà immediatamente vicine, e stabilendo priorità
e influenze che hanno avuto i diversi popoli. Numerosi
sono i nomi dei centri più attivi in una determinata
specialità artistica e i rinvii ai musei che ospitano
mobili particolarmente eccezionali.
Degno di attenzione
è l’indice dei capitoli, all’interno del quale brevi
titoli compendiano gli argomenti trattati, non definendo
i paragrafi, ma piuttosto la sequenza: nello sviluppo
del libro, infatti, tali titoli non compaiono, come
non compare la separazione in paragrafi, ma solo
una divisione per argomento. Manca del tutto di
una bibliografia, e le numerose citazioni non rimandano
a note di riferimento.
Nel primo volume l’autore
passa in rassegna l’età che va dai primordi al Medioevo
in maniera rapida, giammai superficiale, raccontando
del destino di mobili dall’uso temporaneo e soffermandosi
in maniera particolare, se si esclude l’epoca romana,
sull’abbigliamento, sui gioielli e sui simboli religiosi.
Per giungere al grande tempo del Rinascimento, al
quale dedica ben dieci capitoli su diciannove. Ciascuno
tratta di un’arte: arazzi, mobili, oreficerie, abbigliamenti,
tessuti, metalli, vetri, decorazioni. Uno speciale
e curioso capitolo è riservato alla tavola, con
la meticolosa descrizione dei cibi, e dell’arte
di presentarli e trasportarli con mirabili apparecchiature
e macchine pirotecniche, del vasellame, degli abiti
indossati dai commensali, delle scenografie che
ospitavano i convivi, e arricchendo il racconto
con leggendari banchetti tratti dalle cronache di
scrittori e poeti dell’epoca.
Il volume secondo si
apre con una valutazione che l’autore vuole quanto
più possibile obiettiva nei confronti del Barocco,
ancora reduce a quel tempo di giudizi negativi,
procedendo di seguito alla narrazione dei percorsi
e delle evoluzioni della linea che, da rigida
e schematica, «si gonfia, si agita, si inturgidisce».
La ricostruzione del gusto del Seicento avviene
mediante l’abbondanza delle descrizioni particolareggiate
relative alla ridondanza delle decorazioni, al lusso
delle dorature, all’argento del vasellame, alle
tinte sovraccariche delle stoffe, allo sfarzo degli
abiti, alla pompa dei gioielli, ai pettini, alle
parrucche, all’eleganza poco disinvolta delle dame,
trascinanti il peso di velluti, broccati e parrucche.
Il Settecento è descritto
come un periodo che vuole risollevare il gusto,
il senso morale e la dignità umana in tutte le sue
forme dell’arte. La casa si fa più intima, i mobili
meno monumentali e più gentili, le sedute
diventano più comode e maneggevoli, le decorazioni
sobrie, e la «dama, sempre più preoccupata di svestirsi
che di vestirsi» (vol. II, p. 145), si imbelletta
tra specchietti, profumi e toupet. Passando attraverso
gli emblemi italiani, francesi e inglesi, si arriva
allo stile Impero e alla Restaurazione, operando
nei confronti di quest’ultima una critica abbastanza
feroce, perchè mancante di una tensione all’arte
e allo stile e perché le case italiane abbondano
di «cianfrusaglie che nulla hanno a che fare con
l’arte e nemmeno la decorazione» (vol. II, p. 305).
Il volume si chiude con la rinascita del pensiero
artistico agli albori del Novecento.
Questo tipo di taglio
critico, facilitando la comprensione di uno sviluppo
invece assai complesso, risponde con molta probabilità
all’intento di divulgare, nonché di riscattare il
valore delle cosiddette arti minori: «Discutibile
è il battesimo affatto improprio di arti minori
data la loro alta funzione nell’arredamento e nell’abbigliamento.
Nessuna opera d’arte è perfetta se all’armonia ed
alla nobiltà delle linee generali non accompagna
la cura più meticolosa e la più diligente finezza
dei particolari, senza esagerazioni trite e sottigliezze
sdolcinate» (vol. II, p. 80). Marangoni non era
nuovo a tali propositi: già nel 1923 aveva avviato
le Biennali di Monza con l’intento di svolgere attività
di sostegno e promozione delle arti decorative,
e nel 1927 aveva diretto l’Enciclopedia delle
moderne arti decorative, comprendente sezioni
dedicate al ferro battuto, all’arredamento della
casa, alla ceramica, al vetro, all’oreficeria, alle
stoffe, alla decorazione murale; nel 1928 aveva
poi fondato a Milano la rivista mensile di architettura
La casa bella, rivista per gli amatori della
casa bella, diretta fino al 1930, e divenuto
in seguito il celebre periodico Casabella.
Più critico appare l’approccio
di Clementi alla trattazione della storia dell’arredamento.
Il volume si struttura secondo i criteri dei precedenti
tomi di Marangoni, con lo stesso tipo di indice
e la stessa separazione in paragrafi non riportati
all’interno; a differenza di Marangoni, però, l’autore
fa riferimento a molte date precise, e presenta
la bibliografia completa. Egli non passa in rassegna
oggetti o ambienti, né tantomeno decorazioni, gioielli
o abiti. Analizza piuttosto le correnti artistiche
attraverso i pensieri illuminanti dei maestri e
l’individuazione delle tendenze: il suo intento
non è certamente quello di rendere tangibile un’atmosfera
del passato ma di ricomporre la ricostruzione storico-artistica
dell’arredo per mezzo delle testimonianze più mature;
definisce le priorità, meravigliando quando ad alcune
grande personalità viene riservato lo spazio di
una citazione; descrive solo poche tipologie di
arredo e solo se particolarmente nuove o significative,
come il letto a nicchia o la tenda-parete di Loos,
ripresi in più tempi. L’accurato resoconto delle
produzioni avviene, invece, per merito di un notevole
corredo fotografico, cui non corrispondono riferimenti
nel testo. Egli riesce a restituire con lucidità
e articolazione un’immagine chiara di un periodo
artistico assai complesso, ricco di influenze, interazioni
e sviluppi.
Nonostante lo sforzo
di porsi in una posizione di storico obbiettivo,
Clementi appare in molti casi apertamente schierato
nei confronti dell’uno o dell’altro personaggio,
come dell’uno o dell’altro movimento artistico.
Un esempio è il caso di Ruskin, che fa discendere
l’arte non dall’interpretazione della natura, ma
dalla sua imitazione, e nei confronti del quale
l’autore, pur non volendo esprimere giudizi, finisce
per citare Heine che aveva affermato la «natura
surrealista di ogni ispirazione genuinamente artistica».
La presa di posizione appare più evidente a proposito
del movimento razionalista. In questa occasione
Clementi si autocita, riferendo di un suo intervento
ad una conferenza di Roma del 1937 per un circolo
di artisti: «È ora di tornare al regime normale.
L’inutile, il puramente voluttuario, è necessario
in una costruzione, quanto il puramente funzionale
[…] Il razionalismo deve uscire dall’atmosfera di
astrattismo teorico e di esaltazione scientifica
che lo ha portato lontano dalla irrazionale natura
dell’uomo» (vol. III, pp. 275-277). E, a proposito
di Le Corbusier: «In certo senso il Le Corbusier,
nella sua fanatica ammirazione per l’epoca macchinista,
fu un ritardatario, in quanto preceduto da lontano
dai vari Muthesius, Loos e Gropius e fu sorpassato
anche da quei suoi contemporanei che affermarono
la necessità di una umanizzazione della architettura.
E infatti il castello filosofico dell’architetto
franco-svizzero non sempre resse l’urto della critica
più intelligente» (vol. III, pp. 264-265). Nonostante
ciò, la sua acutezza non gli impedisce di rendere
conto dell’importanza del fenomeno razionalista
per i successivi sviluppi dell’arte e di dare risalto
all’innegabile ruolo di guida e faro del medesimo
svizzero. Molto rigorose, comunque, risultano le
sue osservazioni: nel capitolo secondo, ad esempio,
individua il dramma intimo di Morris, cogliendo
il contrasto tra la teoria dei principi artistici,
fondata su un’arte per il popolo, e la pratica artigianale,
troppo costosa e quindi destinata ai ricchi.
Considerando che la
prima edizione risale al 1935, i libri rappresentano
un valido contributo teorico allo sforzo che, in
maniera diversa, stavano già compiendo molti dei
più importanti architetti europei di inizio Novecento.
In Italia, eventi ad alta risonanza, quali l’Esposizione
delle Arti Decorative di Torino del 1902, o la mostra
di Milano del 1906, avevano chiaramente rappresentato
i segni di un tempo che voleva riportare in auge
le arti cosiddette minori, restituendo ad esse dignità
e valore. Marangoni riesce, con quest’opera di grande
carattere, a svolgere in maniera ampia ed esauriente
ciò che nel suo primo numero (1928, p. 1) de La
casa bella aveva annunciato, «riaccendere nelle
masse il culto dell’Arte e della Casa».
NOTA SULL’AUTORE
Guido Marangoni (1872-1941), deputato socialista alla
Camera, più che all’attività politica, lega il suo
nome ad un impegno costante per lo sviluppo e la promozione
delle arti decorative in ambito nazionale. Noto cultore
e critico d’arte dell’inizio del Novecento, succede
ad Augusto Osimo nella presidenza della Società Umanitaria
di Milano, ciò che gli permette di proseguire il programma
di valorizzazione delle attività decorativo-artigianali
e artistico-industriali dell’Istituto Superiore per
le Industrie Artistiche, con sede nella Villa Reale
di Monza e considerata da molti l'Università delle
Arti Decorative. Fattosi interprete del dibattito
sul rapporto tra espressione artistica e produzione
industriale, nel 1923 Marangoni inaugura, nella stessa
Villa Reale, la prima Mostra Internazionale delle
Arti Decorative (Biennale), tappa fondamentale per
la storia dell'arte e dell'industria italiana, e divenuta
definitivamente, nel 1930, Triennale di Milano. Sempre
a sostegno delle arti decorative, nel 1928 fonda e
dirige (fino al 1930),
La casa bella, rivista per
gli amatori della casa bella (poi
Casabella).
Scrive recensioni, cataloghi di mostre, parole per
opere liriche, nonché numerosi libri sul tema dell’arredamento
e della decorazione, tra cui un’importante
Enciclopedia
delle moderne arti decorative italiane del 1927.