| GAETANA
RUSSO – «Con un linguaggio discorsivo,
sciolto, divertente – ben diverso da quello
abituale dei testi scientificamente controllati come
questo – si è qui affrontata per la prima
volta la vicenda dell’abitazione “media”,
quella cioè del professionista, del funzionario,
del commerciante in grado di fabbricarsi una bella
casa o di arredarsi bene un buon appartamento. Vicenda
che viene seguita nel tempo – dalle caverne
dei remoti antenati, e che anche più addietro,
fino ai nostri giorni, addirittura fino a domani –
e nello spazio dei cinque continenti». Così
l’autore nella quarta di copertina del volume:
quasi un’enunciazione dei propositi e della
chiave di lettura dell’intera dissertazione.
Mentre nella prima parte vi è un perfetto riscontro
con quanto sopra citato, nella seconda si evincerà
che, in diversi casi, Camesasca verrà meno
a quegli stessi propositi, rinunciando a quel carattere
di attualità e contemporaneità che,
per la vicinanza temporale, ha scelto di non approfondire,
perdendo forse così l’occasione di porre
questo testo tra quelli anticipatori di una nuova
analisi e concezione di architettura di interni.
Nel novembre del 1968
viene pubblicato Storia della casa, volume ideato
da Paolo Lecaldano e realizzato da Ettore Camesasca
con la collaborazione di critici d’arte, architetti,
archeologi, antiquari, docenti d’università
e direttori di musei, per la Società Editrice
Rizzoli. L’interdisciplinarietà dei contributi
di cui si avvale l’autore rende subito manifesta
la volontà di una analisi approfondita sul
tema dell’abitazione, in particolare della «casa
media» che, in quanto tale, viene trascurata
dalla maggior parte dei manuali architettonici, la
cui attenzione si sofferma su casi esemplari trascurando
l’edilizia diffusa. Occorre precisare, allora,
che non si tratterà del palazzo, del castello
o della villa, ma nemmeno della casupola del proletario
o del tugurio, bensì della dimora del funzionario,
del mercante avviato, del medico con clienti facoltosi,
dell’artista alla moda, «la casa normale
di città, loro e di altri appartenenti a categorie
affini, cui il presente libro è dedicato».
Camesasca quindi si
pone l’obiettivo di sopperire alla mancanza
di attenzione verso la suddetta tipologia facendo
ricorso a materiali provenienti dalle fonti più
disparate, di cui puntualmente verifica l’attendibilità
per garantire l’esattezza documentaria in una
materia così scarsamente indagata. Le testimonianze
sono allora reperibili nei libri di memorie ed epistolari,
ordinanze e rapporti ufficiali, galatei e manuali
di arte domestica, inventari e libri di maestri, relazioni
di viaggio, trattati di edilizia, novelle e romanzi
di ogni periodo e luogo, arricchiti da illustrazioni
tratte dallo spoglio di archivi fotografici nuovi
e vecchi, da tavole di progetti architettonici d’ogni
periodo, schemi planimetrici inediti o appositamente
ridisegnati, costituendo un insieme iconografico continuamente
nuovo e vivo che si può considerare come un
libro nel libro.
L’autore guida
il lettore attraverso la ricostruzione della casa
nelle diverse epoche e luoghi, seguendo il filo cronologico
solo in alcuni casi tradito. In particolare va notato
che il titolo dei capitoli non rispecchia la successione
temporale, piuttosto si pone già come interpretazione
dello stesso attraverso l’evoluzione della produzione
architettonica: si possono, ad esempio, citare Dal
casuale al razionale, che investe il lasso di tempo
che intercorre tra l’antica Grecia e l’impero
romano; La struttura si fa ornamento, che si riferisce
all’area asiatica; Dal razionale al bello, che
muove dall’Italia per poi estendersi a gran
parte dell’Europa. In questa precisa scelta
di trattare l’argomento si distingue, invece,
un capitolo interamente dedicato alla Casa e colore,
in cui l’obiettivo è dimostrare che «l’architettura
è di per sé colore», a supporto
della cui affermazione sono utilizzati numerosi esempi
illustrativi.
Il primo capitolo,
dedicato al concetto stesso di abitazione, ribadisce
la volontà di approfondire una specifica tipologia,
ovvero quella media, non solo perché trascurata
dai manuali, ma soprattutto perché la povertà
dei materiali utilizzati e la facilità con
cui essa viene a essere demolita fa sì che
non se ne conservi traccia alcuna e meriti, quindi,
una dissertazione approfondita che ovvii a questo
problema. Camesasca affronta questa ricerca in una
dilatazione di tempo e luogo, partendo dall’esigenza
degli uomini della ricerca di un tetto, che non è
rappresentato necessariamente dalla grotta, ma varia
a seconda delle cause climatiche e topografiche, approdando
a diversi risultati che vanno dalla tettoia tropicale
alla capanna, le cui descrizioni variano a seconda
della forma della copertura. In particolare, egli
nota come la grotta sia un rifugio, un’occupazione
temporanea piuttosto che un luogo deputato alla vita
quotidiana e stabile; la tipologia su cui si sofferma
maggiormente è, invece, quella della tettoia
poiché da questa fa derivare la casa civile
dell’Occidente nelle sue linee essenziali. Nella
trattazione alcune notazioni risultano di maggior
interesse, come l’affermazione che il concetto
di “piano” preceda quello di “locale”
e di conseguenza che la prima suddivisione interna
sia in altezza, così come lo studio della compresenza
della pianta circolare e rettangolare, piuttosto che
datare la nascita del mobile all’età
del ferro, rappresentato da poggiatesta e mensole
per le suppellettili di terraglia.
La ricerca affronta,
quindi, i vari periodi storici spostandosi di continente
in continente, attraverso i materiali da costruzione,
le tipologie, il mobilio e l’uso della decorazione,
restituendo per ciascun caso struttura portante, trattamento
della facciata, distribuzione interna, suddivisione
in ambienti. Pur non avendo una formazione da architetto,
Camesasca, esperto storico e critico d’arte,
usa specificatamente il termine ambiente sottendendone
la conoscenza del significato e una chiara distinzione
dal locale. Attraverso lo studio delle opere d’arte
scorge l’evoluzione dell’arredamento in
una minuta analisi di tutti i dettagli che concorrono
a caratterizzare quel particolare spazio, come nel
caso delle differenti incisioni che ritraggono lo
studiolo di San Gerolamo, in cui non solo coglie ogni
tipo di cambiamento in relazione al diverso periodo
storico e ai mutamenti stessi del costume di vita,
ma, citando Mario Praz, afferma che con il dipinto
di Cranach del 1525 «la strada per i pittori
Biedermeier d’interni è già segnata»:
il quadro, distrutta l’unità dello spazio
della prima rappresentazione dureriana, non si qualifica
altro che come un campionario di nature morte, composte
ciascuna con una unità propria, in cui la figura
umana vale quanto un cesto di frutta.
Alla scoperta ed evoluzione
del concetto di ambiente viene fatta susseguire, nel
XVII secolo in Francia, la nascita del vero e proprio
appartamento, dovuta alla necessità di arredare
alcuni spazi della casa in modo diverso e complementare,
facendo sì che il proprietario potesse trovarvi
agio e intimità per sé e per i visitatori.
L’approfondimento e la ricerca sulla distribuzione
interna coincidono con una maggior attenzione per
la moda dell’arredamento, tanto da causare integrali
e frequenti mutamenti anche nelle casi borghesi; in
realtà bisogna ricordare che l’assolutismo
monarchico comportava un’etichetta particolarmente
rigorosa, il cui rispetto faceva sì che ogni
sgabello o seggiolino, tavolino o tavolo, veniva a
inserirsi come pezzo immancabile e insostituibile
in un assieme rigorosamente stabilito, da cui derivava
un’unità d’ambiente come non s’era
avuta mai.
La ricerca sugli interni
si sviluppa ulteriormente nel secolo successivo, a
testimonianza della quale si possono citare pubblicazioni
come il Cours d’architecture di Jacques Francois
Blondel, del 1772, in cui viene sottolineata la necessità
di far procedere di pari passo la comodità
dell’interno con l’armonia dell’esterno;
l’appartamento tipico comprende l’anticamera,
la camera, il salotto, il guardaroba, talora la stanza
da bagno, mentre il salone scompare, suddiviso in
sala da pranzo, studiolo e biblioteca. Ogni piccola
variazione di funzione si riflette sul mobile che
varia nelle forme e dimensioni, il calore del pavimento
ligneo non sembra più abbastanza confortevole
e viene introdotto l’uso orientale dei tappeti
assieme alla consuetudine di rivestire i mobili con
stoffe preziose; gli arazzi, non più necessari
a parare gli spifferi, si staccano dalle pareti, vengono
intelaiati e diventano paraventi, divisori facilmente
spostabili secondo i bisogni, ulteriori elementi di
suddivisione spaziale.
Contemporaneamente
all’aumento e alla progressiva differenziazione
dei vari tipi di arredo, crescono anche gli oggetti
destinati all’uso domestico, che erano propri
a determinate categorie di persone e entrano nella
casa come belle forme, il cui uso passa in seconda
linea rispetto al valore estetico. Relativamente ai
suddetti bisogna rilevare che una loro maggiore quantità
pone l’esigenza di una riflessione sulla ricerca
di equilibrio fra estetica e funzionalità,
i cui risultati migliori, piuttosto rari, sono quelli
in cui le due componenti si integrano senza fare pendere
l’immagine della casa verso il formalismo a
scapito della funzionalità, come alla fine
del XIX secolo, oppure viceversa, come avvenne durante
il razionalismo.
Quando la trattazione
si avvicina alla contemporaneità, in particolare
la seconda metà del XIX secolo, si riscontra
meno coerenza con i presupposti enunciati circa una
dissertazione incentrata solo sull’abitazione
media poichè non ci si occupa più di
casi poco noti, ma vengono descritti progetti di particolare
rilievo, pubblicati in tutte le storie dell’architettura,
perdendo la connotazione principale del volume di
attenzione verso la casa media. I titoli stessi dei
capitoli adoperati perdono quell’aspetto di
interpretazione e di punto di vista dell’autore,
quel tentativo di indagare il rapporto interno-esterno,
l’arredamento, venendo invece a coincidere con
i nomi dei grandi architetti dell’epoca. La
dissertazione regredisce a pura descrizione, seppur
sempre precisa e puntuale; è quasi una rinuncia
all’approfondimento, a conferma della quale
la trattazione di Il senso dell’interno, cui
viene dedicato un lungo paragrafo, invece che divenire
occasione per un’ulteriore precisazione e individuazione
terminologica, risulta un minuzioso rilievo delle
decorazioni utilizzate nelle varie epoche e non l’individuazione
di un nuovo concetto di architettura di interni.
Nonostante la pubblicazione
sia posteriore a quella dell’Arte dell’Arredamento
di Alberto Clementi, vi è una notevole differenza
di attualità tra le due dissertazioni. Sebbene
entrambe scelgano di occuparsi della medesima tipologia
di abitazione, nell’Arte si possono rintracciare
interessanti deduzioni e delucidazioni sulla terminologia
e l’introduzione di nuovi concetti afferenti
alla disciplina degli interni, mentre la Storia della
casa invece sembra disinteressarsene, quasi la contemporaneità
ancora non le appartenga.
Camesasca, influenzato
dalla sua stessa formazione artistica, ha un approccio
molto diverso dagli architetti suoi contemporanei,
più vicino ad autori come Marangoni, interessati
alla costruzione di un utile repertorio di consultazione
e divulgazione dell’evoluzione, nei secoli,
dei vari aspetti del costume attraverso l’architettura,
la moda, le suppellettili domestiche, la gioielleria,
l’arte del tessile, nonostante temporalmente
ne sia piuttosto lontano. Probabilmente l’acutezza
e la lucidità che lo contraddistinguono nella
maggior parte del testo sono dovuti a un’ampia
conoscenza e vastità del repertorio che nella
contemporaneità gli vengono a mancare o con
cui, più semplicemente, non si sente ancora
pronto a confrontarsi. Non sembra un caso che questa
opera rimanga l’unica, nella propria produzione
letteraria, incentrata sul tema dell’abitazione
e che le successive si spostino completamente nel
campo artistico, quasi a voler significare che solo
con un’ulteriore approfondimento di quella interdisciplinarietà
di testimonianze e con una piena conoscenza del patrimonio
artistico contemporaneo si possa giungere a una nuova
lettura per completare la Storia della casa fino ai
nostri giorni.
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