| URSULA
IANNONE ̶ Integrazione e dicotomia fra Architettura
e Arredamento percorrono il testo curato da Gianni
Ottolini e Vera De Prizio: i ruoli delle due discipline
si mescolano, si arricchiscono, si sviluppano, sono
la chiave di lettura del testo; tuttavia, non emerge
dalla lettura il peso di dover affrontare la questione
in termini particolarmente gravosi. Il lettore è coinvolto
in confronti, verifiche, interpretazioni della questione,
senza sentirsi in qualche modo obbligato a dover appoggiare
una scelta. La sua rimarrà un’opinione libera, perché
gli autori non aspirano a veicolare una preferenza,
ma piuttosto a suggerire considerazioni utili alla
progettazione.
Ottolini
introduce alla comprensione delle ragioni che hanno
guidato la stesura del testo mediante alcune chiare,
essenziali considerazioni. Tanto chiare da sembrare
ovvie: qual è l’attenzione che il progettista dedica
all’utente finale? Quali le sue preoccupazioni? Quali
le conseguenze di un generalizzato atteggiamento disinteressato
alla qualità architettonica? Probabilmente sarebbe
necessario che il progettista si interroghi su cosa
si intenda per qualità: perseguire la qualità nell’edilizia
convenzionata, per esempio, non vuol dire solamente
rispettare norme e prestazioni; allo stesso modo,
progettare per il privato, a qualunque classe egli
appartenga, non può significare fermarsi all’involucro
dell’alloggio. Qualità è sì la pura composizione formale,
ma soprattutto un’attenzione speciale per l’utente,
che si traduce nella funzionalità degli arredi, nella
flessibilità degli spazi, nell’armonia e nel significato
dei colori e delle forme, nella facilità delle manovre
e degli spostamenti delle attrezzature. In ciascuno
dei due casi esposti, la conseguenza è che l’utente
finale rimane completamente libero di scegliere come
completare la sua casa. Ma se è vero che a oggi prevale
tanta arretratezza e scadenza del gusto nell’arredare
la propria abitazione, ciò significa che non è ancora
diffusa quella che l’autore definisce una «civiltà
dell’abitare e dell’arredamento». E dunque, l’utente
continui a qualificare gli ambienti in cui vive secondo
il proprio modo e la propria cultura; il progettista
prosegua nel determinare le sue architetture secondo
propri metodi e criteri, ma entrambe le categorie
non possono prescindere dall’avvalersi di contenuti
storici, né di ignorare esempi di maestri che, attraverso
le loro opere, hanno sperimentato il significato di
qualità architettonica. Si tratta, cioè, di ripensare
l’interno domestico come disciplina dell’Architettura.
Il libro
nasce nella prima metà degli anni Ottanta, in un momento
storico in cui lo studio dell’Architettura, abbandonata
la pratica dell’obbligatorietà dei corsi di Interni
̶ che aveva visto, tra l’altro, l’alternarsi
dei grandi maestri del precedente ventennio, Giò Ponti,
Vittoriano Viganò, Carlo De Carli ̶
, si orienta verso un indirizzo principalmente
urbanistico e compositivo. Le dottrine si separano
e l’Architettura degli Interni a mano a mano perde
la sua forza scientifica, confondendosi e assimilandosi
all’Arredamento. L’esigenza dell’autore è quella di
ribadirne il ruolo, ricollocando la disciplina dentro
l’Architettura. Allo studioso è, dunque, offerta una
lettura mirata e critica di alcune abitazioni storiche
che presentano soluzioni singolari, in particolare
dal punto di vista dell’attrezzatura. Afferma,
infatti, l’autore: «sulla qualificazione degli spazi
domestici, la linea di ricerca oggi più credibile
sembra allora quella di una componentistica aperta,
fondata su elementi semplici e operabili, anche dotati
di capacità di contenimento o di appoggio, o di altre
valenze particolari di arredamento, con cui strutturare
spazi di vita caratterizzati e insieme dotati di relativa
flessibilità» (p. 8). È questo il principio della
selezione di interni domestici esemplificativi, che
rappresentano, tra l’altro, una possibilità perché
si compia quel connubio qualitativo tra il progetto
dell’architetto e la scelta per l’arredo, che appartiene
esclusivamente all’utente finale.
Ottolini,
coadiuvato nella ricerca e nella documentazione da
Vera De Prizio, ordina gli elementi di integrazione
tra architettura e arredamento in categorie, cui dà
un nome preciso: frontiere interne attrezzate, frontiere
esterne attrezzate, balconate interne, blocchi bagno
e cucina, blocchi ambiente tridimensionali, componenti
strutturali a funzionale multipla. Nella prima parte
del libro spiega il significato di ciascun dispositivo,
collocandoli storicamente. Li dispone per «livelli
di integrazione crescenti» e ne chiarisce immediatamente
i contenuti attraverso le immagini dei progetto o
le fotografie di interni, o rimandando direttamente
alla lettura delle schede. È proprio nella mappatura
delle tipologie delle attrezzature, il contributo
originale del volume. Le schede, relative alle opere
dei maestri, sono ordinate cronologicamente e costituiscono
tutta la seconda parte del libro. L’autore sceglie
di partire dagli esempi degli anni Venti, per arrivare
fino alla contemporaneità. Ognuna delle schede riporta
una dettagliata descrizione della casa, accompagnata
dai disegni e dai modelli della struttura e dell’arredo,
con particolare riferimento ai dispositivi di integrazione
fra arredamento e architettura trattati all’inizio;
è completata da una propria bibliografia e da un indice
delle fonti delle illustrazioni, cosa che ne accentua
l’interdipendenza dal resto.
In effetti,
il lettore potrebbe scegliere di seguire un proprio
percorso di studio, poiché ciascuna parte - argomenti
chiave, schede, immagini - ha una forte connotazione
di autonomia. Si deduce che le schede non costituiscono
solo un approfondimento né una mera catalogazione,
ma diventano un metodo di lavoro: è attraverso la
loro interpretazione critica che si è giunti alle
riflessioni che danno significato al libro. Esse sono
il frutto di una ricerca didattica, dove il ridisegno
in scala degli ambienti e la loro ricostruzione attraverso
dei modelli, consegna una visione del tutto nuova
di quell’architettura, costringendo l’esecutore a
scoprirla e a capirla. Pratica, tra l’altro, non facilissima,
data la difficoltà nel reperire il materiale di arredo
che, per sua propria natura, ha carattere di temporaneità.
Ottolini
comunica bene i suoi intenti, poiché la struttura
è immediata, il linguaggio è puntuale ma semplice,
le immagini esemplificative dei concetti e accompagnate
da didascalie ricche di contenuti. La portata della
trattazione è nella sua immediatezza di lettura. Non
è un libro storico, anche se c’è il tentativo di creare
una storia degli interni, indagando direttamente sul
materiale; non un catalogo, pur essendoci la presenza
di una sequenza ordinata di tipologie; non un saggio,
né tanto meno un manuale, come la dicitura sul frontespizio
farebbe pensare: esso sfugge a una definizione di
genere. Ha sicuramente una prerogativa didattica:
i suoi lettori sono studiosi, come nelle intenzioni
dell’autore, ma anche progettisti, che però qui non
trovano misure o tendenze, ma il segno di un doveroso
ripensamento del progetto come servizio alle persone.
Il libro,
che per anni ha rappresentato un unicum per
coloro che volessero sistematizzare lo studio dell’Architettura
degli Interni, ha avuto, dopo diverse pubblicazioni
seguite alla prima del 1993, una riedizione nel 2005,
allorquando sono state aggiunte schede di architetti
contemporanei con opere datate fino al 1997.
Gli stessi
obiettivi, perseguiti con analogo metodo, sono alla
base del libro curato da Roberto Rizzi. Rispetto al
precedente, è differente il carattere - si tratta
di un catalogo - e il tema di indagine, che si sposta
dall’attrezzatura ad altre componenti dell’interno
domestico. Il volume è stato scritto nel 2003, in
occasione di una Mostra itinerante dei modelli di
progetti europei, relativi ad Interni domestici esemplari,
dal XIV secolo al 2002. Il progetto nasce dell’ambito
di Cultura 2000, un programma della Comunità
Europea che chiede «che si ragioni su quali siano
o possano essere i motivi di una unità fra le diverse
identità culturali dentro la Comunità» (p. 35), e
al quale si risponde esplorando le forme dell’abitare
come specificità di una civiltà. Sei Università
(ESAD, Escola Superior de Artes e Design, Senhora
da Hora, Portogallo; Politecnico di Milano; Design,
IIID Internatinal Institute of Integral Design, Lohmar,
Germania; TU, technical University of Wien, Austria;
Universidad Internacional de Catalunya, Barcelona,
Spagna; Universitat Politecnica de Valencia, Spagna)
aderiscono al progetto, mentre la guida e il coordinamento
scientifico vengono affidati al Politecnico di Milano.
La ragione di questa scelta è subito spiegata: la
mostra, e il relativo catalogo, continua in campo
internazionale ciò che era stato precedentemente sperimentato
e compiuto dallo stesso Istituto.
Nel 1996,
infatti, si era già tenuta al Salone del Mobile di
Milano la mostra dei modelli di opere storiche dell’Architettura
degli Interni, poi ripetuta nell’anno successivo con
le stesse modalità, sia nel capoluogo lombardo che
a S. Pietroburgo. Curata da Gianni Ottolini, essa
era il frutto di uno studio decennale affrontato nel
corso di Interni e Arredamento del Politecnico, tenuto
dallo stesso docente. La mostra aveva avuto un ottimo
riscontro, sia a livello di critica, che di pubblico.
Il catalogo (CLAC, Cantù 1997) era stato redatto dal
curatore dell’esposizione e comprendeva, per ogni
opera, una scheda con la descrizione analitica, le
fotografie dei modelli e le immagini dei progetti
ridisegnati in scala.
Aderire
al progetto Cultura 2000 era l’occasione per
l’Università di proseguire e approfondire, anche attraverso
altre chiavi di lettura, l’obiettivo di riportare
la disciplina degli Interni in una dimensione scientifica
e di ricerca. Le sei Università europee partecipano
allo scopo, la direzione scientifica viene affidata
a Gianni Ottolini, mentre la mostra e il catalogo
vengono curati da Roberto Rizzi. L’esposizione dei
modelli risponde a un processo di ricerca che ha come
fine un’acculturazione estesa, che, cioè, non può
più solo riguardare studenti o studiosi in generale.
Nelle intenzioni dell’organizzatore, il modello rappresenta
un metodo efficace per avvicinare il grande pubblico
alla comprensione del ruolo degli Interni nella storia
dell’Architettura. La visione tridimensionale di un’abitazione
permette di scoprire e di capire lo spazio, poiché
un plastico incuriosisce, si guarda dal di dentro,
si tocca, è di impatto immediato. Viene ancora una
volta privilegiato l’ambito strettamente domestico,
poiché incarna il senso di intimità e comfort, e perché
in esso è esaltato «il valore dell’individuo e della
persona come fondamento e sostanza dei rapporti sociali»
(p. 36). Ciò risponde all’esigenza, posta dalla Comunità
Europea, di riconoscere le diverse identità, intrecciandole
e ricomponendole in un’unica specificità. Si sceglie
di far partire la mostra dalla Triennale di Milano,
perché la sua storia è legata alle tematiche dell’abitare,
in tutte le sue declinazioni; prosegue nei luoghi
di appartenenza delle Università partecipanti, chiudendosi
a Barcellona. Il catalogo rimane l’unica testimonianza
di questo atto, e perciò il suo contributo alla storia
dell’Architettura degli Interni è ancora più incisivo.
Esso si
apre con una serie di saggi brevi, scritti dai vari
coordinatori scientifici, che hanno per oggetto la
cultura dell’abitare: ognuno sceglie di affrontare
la questione in maniera differente, dissertando in
generale, o esplorando la storia del proprio territorio
e di quello europeo, o ancora tracciando un profilo
dell’abitazione attuale e prevedendone probabili sviluppi.
È significativo, anche per sottolineare il ruolo che
ha avuto il Politecnico di Milano nello svolgimento
della ricerca ̶
oltre la metà dei centodieci casi esaminati provengono
da qui ̶ ,
che a apertura e chiusura di questa prima parte, ci
siano gli scritti dei due docenti del Dipartimento
di Progettazione dell’Architettura, appunto Ottolini
e Rizzi. Proprio dai risultati delle documentazioni
apportate per la mostra, si è potuto verificare che
negli altri Paesi europei la disciplina degli Interni,
come era accaduto anni prima in Italia, è posta a
margine delle aree compositive, urbanistiche, e del
design industriale, perdendo la funzione di trait
d’ union tra i progetti a diverse scale.
Seguono
le schede delle abitazioni selezionate. La scelta,
che varia da case notissime, eccellenze ed emblemi
storici, ad esempi di alloggi popolari e piccolo-borghesi
meno conosciuti, è motivata dalla necessità di individuare,
in ciascun caso, una delle tre variabili che l’autore
definisce come: «spazio (dimensione, distribuzione,
luce, microclima), margini di circoscrizione (pareti,
pavimenti,soffitti, elementi di collegamento con spazi
vicini, anche esterni), e attrezzature fisse e mobili
(terminali dell’involucro architettonico e nello stesso
tempo protesi del corpo umano)» (ibidem). Esse
sono strutturate per una lettura immediata: descrizione
dell’ambiente e dell’attrezzatura, planimetria generale
con sezioni e prospetti, individuazione della cellula,
fotografie dal vero, quando possibili, e del modello
in scala. La descrizioni sono sintetiche poiché è
privilegiata l’immagine, sia essa modello, disegno
o pittura, in quanto comunicativa della specificità
e della individualità necessarie per definire
quell’identità culturale europea su cui si fonda tutto
il progetto. Le immagini, infatti, sono fortemente
focalizzate su determinate parti dell’ambiente, in
modo tale che l’attenzione del lettore sia mirata
a coglierne, nell’immediato, la peculiarità.
Il catalogo
ha un linguaggio tecnico, spesso aulico e formale,
poiché si rivolge ad un pubblico che ha scelto di
visitare una mostra molto specifica, o ad un lettore
o ad uno studioso che affronta le particolari tematiche
dell’interno domestico. Ciò che contraddistingue questo
libro, dai tanti dello stesso genere, è infatti il
grande contributo euristico, dovuto al confronto diretto
di metodi e riflessioni.
NOTA SUGLI AUTORI
Gianni Ottolini, nato a Verbania nel 1943, è docente
ordinario di Architettura degli interni al Politecnico
di Milano, dove dal 1996 al 2002 è stato direttore
del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura.
Ha svolto studi teorici, storico-critici e progettuali
sull’Architettura degli Interni, con particolare riferimento
al tema dell’abitare domestico. Il suo lavoro si inserisce
in una tradizione di insegnamento e di ricerca pura
e applicata sullo spazio e l’arredo, che è stata caratteristica
della cultura architettonica milanese dagli anni Trenta
a oggi e che ha trovato nel pensiero e nell’opera
di Carlo De Carli un vertice rifondativo per l’intera
architettura. Nel 1994 ha vinto il Silver Prize al
Concorso Internazionale di Design di Nagaoka (Giappone)
col progetto di una “Casa in una stanza” per la persona
anziana.
Negli anni Novanta
ha curato presso il Salone Internazionale del Mobile
di Milano due grandi mostre di modelli di architetture
d’interni, dal titolo “Civiltà dell’Abitare”, poi
esposte al Museo Etnografico di San Pietroburgo (1997)
e allo Spazio Armani di Milano (2000), e riprese alla
Triennale di Milano, alla Technische Universitat di
Vienna e al FAD di Barcellona.
È stato responsabile
scientifico di ricerche di interesse nazionale e internazionale
sulle Residenze Speciali, la Civiltà dell’Arbitare,
l’Office Design, il Mobile Classico, le Periferie
e Nuove Urbanità, e delle relative mostre: “Spazie
e arredi delle residenze speciali”, Triennale di Milano
2002; “Civilization of Living”, Triennale di Milano
2003; “Humantec. Design for Humanization of Technology”
e “IDIA”, Salone Internazionale del Mobile di Milano
2003; “Mobili dell’Artidesign”, Galleria del Design
e dell’Arredamento di Cantù, 2003; “Periferie e nuove
urbanità”, Triennale di Milano, 2004.
Nel 2004,
per conto dell’Aler-Milano, ha diretto gli studi e
il progetto preliminare per il recupero dello storico
Quartiere “Mazzini” di Milano. È presidente del Comitato
Scientifico della Galleria del Design e dell’Arredamento
di Cantù (Como), sede della raccolta storica e mostra
permanente del Compasso d’Oro-ADI e di esposizioni
temporanee relative agli interni, alle arti visive
e al disegno industriale. Tra le sue principali pubblicazioni:
Spazio e arredo della casa popolare. Un’indagine,
Angeli, Milano 1981; Cultura dell’abitare e design:
l'interno domestico, “Hinterland” n. 26, giugno
1983; Lineare Piano Volumetrico. Tre sistemi d’'arredo
per l’abitazione, Clup, Milano 1987; Storia
e progetto di Arredamento, Di Baio, Milano 1989;
Forma e Significato in Architettura, Laterza,
Roma-Bari 1996; Carlo De Carli e lo spazio primario,
cura di, QA20, Laterza, Roma-Bari 1997; Civiltà
dell’abitare, Galleria del Design e dell’Arredamento,
Cantù 1997; Il disegno industriale italiano fra
cultura degli architetti e piccole imprese, in
R. Rizzi, F. Origoni, A. Steiner (a cura di), Design
italiano. Compasso d’Oro ADI, CLAC, Cantù 1998;
La casa attrezzata, Liguori, Napoli 2005 n.e.
Vera de
Prizio, architetto, ha collaborato all’attività didattica
e di ricerca dei corsi di Architettura degli Interni
presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico
di Milano.
Roberto
Rizzi, architetto, Dottore di ricerca in Arredamento
e Architettura degli Interni. Professore associato
presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico
di Milano, è curatore scientifico della Galleria del
Design e dell'Arredamento di Cantù. Ha pubblicato
monografie, in collaborazione, e cataloghi di mostre:
Design italiano: Compasso d'oro ADI (1998),
I mobili di Paolo Buffa (2001-2002),
Spazi e arredi per le residenze speciali (2002),
Omaggio a Gegia e Marisa Bronzini (2003-04),
Collezione Bruno Munari: inventore, artista, scrittore,
designer, architetto, grafico, gioca con i bambini
(2004).
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