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GIANNI OTTOLINI   Indagini e metodi per una disciplina degli Interni
     
ROBERTO RIZZI
 

Gianni Ottolini e Vera De Prizio, La casa attrezzata. Qualità dell’abitare e rapporti di integrazione fra arredamento e architettura, Liguori, Napoli 1993, n.ediz. ampliata 2005.

Roberto Rizzi, a cura di, Civiltà dell’abitare. L’evoluzione degli Interni domestici europei, Lybra Imamgine, Milano 2003.

URSULA IANNONE ̶ Integrazione e dicotomia fra Architettura e Arredamento percorrono il testo curato da Gianni Ottolini e Vera De Prizio: i ruoli delle due discipline si mescolano, si arricchiscono, si sviluppano, sono la chiave di lettura del testo; tuttavia, non emerge dalla lettura il peso di dover affrontare la questione in termini particolarmente gravosi. Il lettore è coinvolto in confronti, verifiche, interpretazioni della questione, senza sentirsi in qualche modo obbligato a dover appoggiare una scelta. La sua rimarrà un’opinione libera, perché gli autori non aspirano a veicolare una preferenza, ma piuttosto a suggerire considerazioni utili alla progettazione.

Ottolini introduce alla comprensione delle ragioni che hanno guidato la stesura del testo mediante alcune chiare, essenziali considerazioni. Tanto chiare da sembrare ovvie: qual è l’attenzione che il progettista dedica all’utente finale? Quali le sue preoccupazioni? Quali le conseguenze di un generalizzato atteggiamento disinteressato alla qualità architettonica? Probabilmente sarebbe necessario che il progettista si interroghi su cosa si intenda per qualità: perseguire la qualità nell’edilizia convenzionata, per esempio, non vuol dire solamente rispettare norme e prestazioni; allo stesso modo, progettare per il privato, a qualunque classe egli appartenga, non può significare fermarsi all’involucro dell’alloggio. Qualità è sì la pura composizione formale, ma soprattutto un’attenzione speciale per l’utente, che si traduce nella funzionalità degli arredi, nella flessibilità degli spazi, nell’armonia e nel significato dei colori e delle forme, nella facilità delle manovre e degli spostamenti delle attrezzature. In ciascuno dei due casi esposti, la conseguenza è che l’utente finale rimane completamente libero di scegliere come completare la sua casa. Ma se è vero che a oggi prevale tanta  arretratezza e scadenza del gusto nell’arredare la propria abitazione, ciò significa che non è ancora diffusa quella che l’autore definisce una «civiltà dell’abitare e dell’arredamento». E dunque, l’utente continui a qualificare gli ambienti in cui vive secondo il proprio modo e la propria cultura; il progettista prosegua nel determinare le sue architetture secondo propri metodi e criteri, ma entrambe le categorie non possono prescindere dall’avvalersi di contenuti storici, né di ignorare esempi di maestri che, attraverso le loro opere, hanno sperimentato il significato di qualità architettonica. Si tratta, cioè, di ripensare l’interno domestico come disciplina dell’Architettura.

Il libro nasce nella prima metà degli anni Ottanta, in un momento storico in cui lo studio dell’Architettura, abbandonata la pratica dell’obbligatorietà dei corsi di Interni ̶ che aveva visto, tra l’altro, l’alternarsi dei grandi maestri del precedente ventennio, Giò Ponti, Vittoriano Viganò, Carlo De Carli ̶ , si orienta verso un indirizzo principalmente urbanistico e compositivo. Le dottrine si separano e l’Architettura degli Interni a mano a mano perde la sua forza scientifica, confondendosi e assimilandosi all’Arredamento. L’esigenza dell’autore è quella di ribadirne il ruolo, ricollocando la disciplina dentro l’Architettura. Allo studioso è, dunque, offerta una lettura mirata e critica di alcune abitazioni storiche che presentano soluzioni singolari, in particolare dal punto di vista dell’attrezzatura. Afferma, infatti, l’autore: «sulla qualificazione degli spazi domestici, la linea di ricerca oggi più credibile sembra allora quella di una componentistica aperta, fondata su elementi semplici e operabili, anche dotati di capacità di contenimento o di appoggio, o di altre valenze particolari di arredamento, con cui strutturare spazi di vita caratterizzati e insieme dotati di relativa flessibilità» (p. 8). È questo il principio della selezione di interni domestici esemplificativi, che rappresentano, tra l’altro, una possibilità perché si compia quel connubio qualitativo tra il progetto dell’architetto e la scelta per l’arredo, che appartiene esclusivamente all’utente finale.

Ottolini, coadiuvato nella ricerca e nella documentazione da Vera De Prizio, ordina gli elementi di integrazione tra architettura e arredamento in categorie, cui dà un nome preciso: frontiere interne attrezzate, frontiere esterne attrezzate, balconate interne, blocchi bagno e cucina, blocchi ambiente tridimensionali, componenti strutturali a funzionale multipla. Nella prima parte del libro spiega il significato di ciascun dispositivo, collocandoli storicamente. Li dispone per «livelli di integrazione crescenti» e ne chiarisce immediatamente i contenuti attraverso le immagini dei progetto o le fotografie di  interni, o rimandando direttamente alla lettura delle schede. È proprio nella mappatura delle tipologie delle attrezzature, il contributo originale del volume. Le schede, relative alle opere dei maestri, sono ordinate cronologicamente e costituiscono tutta la seconda parte del libro. L’autore sceglie di partire dagli esempi degli anni Venti, per arrivare fino alla contemporaneità. Ognuna delle schede riporta una dettagliata descrizione della casa, accompagnata dai disegni e dai modelli della struttura e dell’arredo, con particolare riferimento ai dispositivi di integrazione fra arredamento e architettura trattati all’inizio; è completata da una propria bibliografia e da un indice delle fonti delle illustrazioni, cosa che ne accentua l’interdipendenza dal resto.

In effetti, il lettore potrebbe scegliere di seguire un proprio percorso di studio, poiché ciascuna parte - argomenti chiave, schede, immagini -  ha una forte connotazione di autonomia. Si deduce che le schede non costituiscono solo un approfondimento né una mera catalogazione, ma diventano un metodo di lavoro: è attraverso la loro interpretazione critica che si è giunti alle riflessioni che danno significato al libro. Esse sono il frutto di una ricerca didattica, dove il ridisegno in scala degli ambienti e la loro ricostruzione attraverso dei modelli, consegna una visione del tutto nuova di quell’architettura, costringendo l’esecutore a scoprirla e a capirla. Pratica, tra l’altro, non facilissima, data la difficoltà nel reperire il materiale di arredo che, per sua propria natura, ha carattere di temporaneità.

Ottolini comunica bene i suoi intenti, poiché la struttura è immediata, il linguaggio è puntuale ma semplice, le immagini esemplificative dei concetti e accompagnate da didascalie ricche di contenuti. La portata della trattazione è nella sua immediatezza di lettura. Non è un libro storico, anche se c’è il tentativo di creare una storia degli interni, indagando direttamente sul materiale; non un catalogo, pur essendoci la presenza di una sequenza ordinata di tipologie; non un saggio, né tanto meno un manuale, come la dicitura sul frontespizio farebbe pensare: esso sfugge a una definizione di genere. Ha sicuramente una prerogativa didattica: i suoi lettori sono studiosi, come nelle intenzioni dell’autore, ma anche progettisti, che però qui non trovano misure o tendenze, ma il segno di un doveroso ripensamento del progetto come servizio alle persone.

Il libro, che per anni ha rappresentato un unicum per coloro che volessero sistematizzare  lo studio dell’Architettura degli Interni, ha avuto, dopo diverse pubblicazioni seguite alla prima del 1993, una riedizione nel 2005, allorquando sono state aggiunte schede di architetti contemporanei con opere datate fino al 1997.

Gli stessi obiettivi, perseguiti con analogo metodo, sono alla base del libro curato da Roberto Rizzi. Rispetto al precedente, è differente il carattere  -  si tratta di un catalogo  - e il tema di indagine, che si sposta dall’attrezzatura ad altre componenti dell’interno domestico. Il volume è stato scritto nel 2003, in occasione di una Mostra itinerante dei modelli di progetti europei, relativi ad Interni domestici esemplari, dal XIV secolo al 2002. Il progetto nasce dell’ambito di Cultura 2000, un programma della Comunità Europea che chiede «che si ragioni su quali siano o possano essere i motivi di una unità fra le diverse identità culturali dentro la Comunità» (p. 35), e al quale si risponde esplorando le forme dell’abitare come specificità di una civiltà. Sei Università (ESAD, Escola Superior de Artes e Design, Senhora da Hora, Portogallo; Politecnico di Milano; Design, IIID Internatinal Institute of Integral Design, Lohmar, Germania; TU, technical University of Wien, Austria; Universidad Internacional de Catalunya, Barcelona, Spagna; Universitat Politecnica de Valencia, Spagna) aderiscono al progetto, mentre la guida e il coordinamento scientifico vengono affidati al Politecnico di Milano. La ragione di questa scelta è subito spiegata: la mostra, e il relativo catalogo, continua in campo internazionale ciò che era stato precedentemente sperimentato e compiuto dallo stesso Istituto.

Nel 1996, infatti, si era già tenuta al Salone del Mobile di Milano la mostra dei modelli di opere storiche dell’Architettura degli Interni, poi ripetuta nell’anno successivo con le stesse modalità, sia nel capoluogo lombardo che a S. Pietroburgo. Curata da Gianni Ottolini, essa era il frutto di uno studio decennale affrontato nel corso di Interni e Arredamento del Politecnico, tenuto dallo stesso docente. La mostra aveva avuto un ottimo riscontro, sia a livello di critica, che di pubblico. Il catalogo (CLAC, Cantù 1997) era stato redatto dal curatore dell’esposizione e comprendeva, per ogni opera, una scheda con la descrizione analitica, le fotografie dei modelli e le immagini dei progetti ridisegnati in scala.

Aderire al progetto Cultura 2000 era l’occasione per l’Università di proseguire e approfondire, anche attraverso altre chiavi di lettura, l’obiettivo di riportare la disciplina degli Interni in una dimensione scientifica e di ricerca. Le sei Università europee partecipano allo scopo, la direzione scientifica viene affidata a Gianni Ottolini, mentre la mostra e il catalogo vengono curati da Roberto Rizzi. L’esposizione dei modelli risponde a un processo di ricerca che ha come fine un’acculturazione estesa, che, cioè, non può più solo riguardare studenti o studiosi in generale. Nelle intenzioni dell’organizzatore, il modello rappresenta un metodo efficace per avvicinare il grande pubblico alla comprensione del ruolo degli Interni nella storia dell’Architettura. La visione tridimensionale di un’abitazione permette di scoprire e di capire lo spazio, poiché un plastico incuriosisce, si guarda dal di dentro, si tocca, è di impatto immediato. Viene ancora una volta privilegiato l’ambito strettamente domestico, poiché incarna il senso di intimità e comfort, e perché in esso è esaltato «il valore dell’individuo e della persona come fondamento e sostanza dei rapporti sociali» (p. 36). Ciò risponde all’esigenza, posta dalla Comunità Europea, di riconoscere le diverse identità, intrecciandole e ricomponendole in un’unica specificità. Si sceglie di far partire la mostra dalla Triennale di Milano, perché la sua storia è legata alle tematiche dell’abitare, in tutte le sue declinazioni; prosegue nei luoghi di appartenenza delle Università partecipanti, chiudendosi a Barcellona. Il catalogo rimane l’unica testimonianza di questo atto, e perciò il suo contributo alla storia dell’Architettura degli Interni è ancora più incisivo.

Esso si apre con una serie di saggi brevi, scritti dai vari coordinatori scientifici, che hanno per oggetto la cultura dell’abitare: ognuno sceglie di affrontare la questione in maniera differente, dissertando in generale, o esplorando la storia del proprio territorio e di quello europeo, o ancora tracciando un profilo dell’abitazione attuale e prevedendone probabili sviluppi. È significativo, anche per sottolineare il ruolo che ha avuto il Politecnico di Milano nello svolgimento della ricerca  ̶  oltre la metà dei centodieci casi esaminati  provengono da qui ̶ , che a apertura e chiusura di questa prima parte, ci siano gli scritti dei due docenti del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, appunto Ottolini e Rizzi. Proprio dai risultati delle documentazioni apportate per la mostra, si è potuto verificare che negli altri Paesi europei la disciplina degli Interni, come era accaduto anni prima in Italia, è posta a margine delle aree compositive, urbanistiche, e del design industriale, perdendo la funzione di trait d’ union tra i progetti a diverse scale.

Seguono le schede delle abitazioni selezionate. La scelta, che varia da case notissime, eccellenze ed emblemi storici, ad esempi di alloggi popolari e piccolo-borghesi meno conosciuti, è motivata dalla necessità di individuare, in ciascun caso, una delle tre variabili che l’autore definisce come: «spazio (dimensione, distribuzione, luce, microclima), margini di circoscrizione (pareti, pavimenti,soffitti, elementi di collegamento con spazi vicini, anche esterni), e attrezzature fisse e mobili (terminali dell’involucro architettonico e nello stesso tempo protesi del corpo umano)» (ibidem). Esse sono strutturate per una lettura immediata: descrizione dell’ambiente e dell’attrezzatura, planimetria generale con sezioni e prospetti, individuazione della cellula, fotografie dal vero, quando possibili, e del modello in scala. La descrizioni sono sintetiche poiché è privilegiata l’immagine, sia essa modello, disegno o pittura, in quanto comunicativa della specificità e della individualità necessarie per definire quell’identità culturale europea su cui si fonda tutto il progetto. Le immagini, infatti, sono fortemente focalizzate su determinate parti dell’ambiente, in modo tale che l’attenzione del lettore sia mirata a coglierne, nell’immediato, la peculiarità.

Il catalogo ha un linguaggio tecnico, spesso aulico e formale, poiché si rivolge ad un pubblico che ha scelto di visitare una mostra molto specifica, o ad un lettore o ad uno studioso che affronta le particolari tematiche dell’interno domestico. Ciò che contraddistingue questo libro, dai tanti dello stesso genere, è infatti il grande contributo euristico, dovuto al confronto diretto di metodi e riflessioni.


NOTA SUGLI AUTORI
Gianni Ottolini, nato a Verbania nel 1943, è docente ordinario di Architettura degli interni al Politecnico di Milano, dove dal 1996 al 2002 è stato direttore del Dipartimento di Progettazione dell’Architettura. Ha svolto studi teorici, storico-critici e progettuali sull’Architettura degli Interni, con particolare riferimento al tema dell’abitare domestico. Il suo lavoro si inserisce in una tradizione di insegnamento e di ricerca pura e applicata sullo spazio e l’arredo, che è stata caratteristica della cultura architettonica milanese dagli anni Trenta a oggi e che ha trovato nel pensiero e nell’opera di Carlo De Carli un vertice rifondativo per l’intera architettura. Nel 1994 ha vinto il Silver Prize al Concorso Internazionale di Design di Nagaoka (Giappone) col progetto di una “Casa in una stanza” per la persona anziana.

Negli anni Novanta ha curato presso il Salone Internazionale del Mobile di Milano due grandi mostre di modelli di architetture d’interni, dal titolo “Civiltà dell’Abitare”, poi esposte al Museo Etnografico di San Pietroburgo (1997) e allo Spazio Armani di Milano (2000), e riprese alla Triennale di Milano, alla Technische Universitat di Vienna e al FAD di Barcellona.

È stato responsabile scientifico di ricerche di interesse nazionale e internazionale sulle Residenze Speciali, la Civiltà dell’Arbitare, l’Office Design, il Mobile Classico, le Periferie e Nuove Urbanità, e delle relative mostre: “Spazie e arredi delle residenze speciali”, Triennale di Milano 2002; “Civilization of Living”, Triennale di Milano 2003; “Humantec. Design for Humanization of Technology” e “IDIA”, Salone Internazionale del Mobile di Milano 2003; “Mobili dell’Artidesign”, Galleria del Design e dell’Arredamento di Cantù, 2003; “Periferie e nuove urbanità”, Triennale di Milano, 2004.

Nel 2004, per conto dell’Aler-Milano, ha diretto gli studi e il progetto preliminare per il recupero dello storico Quartiere “Mazzini” di Milano. È presidente del Comitato Scientifico della Galleria del Design e dell’Arredamento di Cantù (Como), sede della raccolta storica e mostra permanente del Compasso d’Oro-ADI e di esposizioni temporanee relative agli interni, alle arti visive e al disegno industriale. Tra le sue principali pubblicazioni: Spazio e arredo della casa popolare. Un’indagine, Angeli, Milano 1981; Cultura dell’abitare e design: l'interno domestico, “Hinterland” n. 26, giugno 1983; Lineare Piano Volumetrico. Tre sistemi d’'arredo per l’abitazione, Clup, Milano 1987; Storia e progetto di Arredamento, Di Baio, Milano 1989; Forma e Significato in Architettura, Laterza, Roma-Bari 1996; Carlo De Carli e lo spazio primario, cura di, QA20, Laterza, Roma-Bari 1997; Civiltà dell’abitare, Galleria del Design e dell’Arredamento, Cantù 1997; Il disegno industriale italiano fra cultura degli architetti e piccole imprese, in R. Rizzi, F. Origoni, A. Steiner (a cura di), Design italiano. Compasso d’Oro ADI, CLAC, Cantù 1998; La casa attrezzata, Liguori, Napoli 2005 n.e.

Vera de Prizio, architetto, ha collaborato all’attività didattica e di ricerca dei corsi di Architettura degli Interni presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano.

Roberto Rizzi, architetto, Dottore di ricerca in Arredamento e Architettura degli Interni. Professore associato presso la Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, è curatore scientifico della Galleria del Design e dell'Arredamento di Cantù. Ha pubblicato monografie, in collaborazione, e cataloghi di mostre: Design italiano: Compasso d'oro ADI (1998), I mobili di Paolo Buffa (2001-2002), Spazi e arredi per le residenze speciali (2002), Omaggio a Gegia e Marisa Bronzini (2003-04), Collezione Bruno Munari: inventore, artista, scrittore, designer, architetto, grafico, gioca con i bambini (2004).