GAETANA RUSSO – A lungo l’analisi e lo studio dell’architettura
sono passati esclusivamente attraverso i “filtri”
della funzionalità e socialità, trascurandone il
valore del potere visivo esercitato da essa e dalla
sua forma. Rudolph Arnheim si pone l’obiettivo di
scardinare questa visione, mettendo in primo piano
i bisogni umani inerenti all’architettura, comprensibili
soltanto attraverso l’esame delle qualità visuali
della costruzione. Scrive a tal proposito: «La domanda
che ci poniamo è: un edificio rivela l’unità visiva
che lo rende comprensibile all’occhio umano? Il
suo modo di apparire rispecchia le varie funzioni,
sia fisiche che psichiche, per le quali è stato
progettato? Manifesta qualcosa dello spirito che
anima, o dovrebbe animare la comunità? Trasmette
qualcosa di quanto hanno di meglio l’intelligenza
e l’immaginazione umane?».
Nel 1977 viene pubblicato The dynamics of architectural
form, scritto da Rudolph Arnheim e tradotto
nel 1981 da Maurizio Vitta per la Giangiacomo Feltrinelli
Editore a Milano.
La formazione dell’autore, laureato in filosofia
e psicologia, si riflette in un’indagine approfondita
sulla forma architettonica e sul potere visivo da
essa esercitato, a cui vengono sottesi quei bisogni
umani che non si risolvono semplicemente nella funzionalità
e socialità dell’edificio, ma che necessitano ulteriori
approfondimenti. Da qui nasce la critica, rivolta
agli studiosi contemporanei, di essersi arenati
in una condizione di malessere e disillusione che
li ha indotti a trascurare lo studio attivo della
progettazione o, addirittura, a giudicarlo una frivola
distrazione dai gravi obblighi sociali dell’architetto,
preferendo differenti approcci teorici che risultano
quasi digressioni rispetto alle discussioni sull’architettura
vera e propria.
Il libro è, invece, dedicato all’espressione visiva
del significato umano dato a quelle caratteristiche
che vengono definite come qualità leggibili e proprietà
di una costruzione riuscita, tali per cui esse sopravviveranno
al mutamento dei gusti e delle condizioni particolari
nel corso delle epoche. Il giudizio di valore è
determinato dalle esigenze fisiche e psichiche dell’uomo,
non vi sono distinzioni tra corpo e mente: ogni
elemento viene analizzato sotto il profilo psicologico
e la relazione percettiva sarà essenzialmente quella
fra l’osservatore e l’oggetto osservato. Di qui
la definizione di spazio, che non è più “assoluto”,
dato di per sé, ma la cui esistenza è verificata
soltanto in presenza di cose percepibili, che permettono
di introdurre i concetti di dimensione, distanza
e connessione lineare. In architettura esso è creato
da una particolare costellazione di oggetti naturali
o artificiali alla quale l’architetto reca il suo
contributo determinando un proprio sistema spaziale,
che è il prodotto del più semplice scheletro strutturale
compatibile con la situazione fisica e psicologica:
«Ogni edificio è per se stesso una costellazione,
e la suddivisione si spinge fino all’arredamento
di una singola stanza, nella quale tavoli, armadi
o letti propongono un particolare sistema spaziale».
Ne discende il concetto di interspazio come
densità, distanza che stabilisce un particolare
rapporto di lontananza e di collegamento, influendo
sull’insieme del complesso architettonico non solo
dal punto di vista metrico, ma in termini di dinamicità,
quasi come forze di attrazione e repulsione. È ovvio
che il vuoto non è semplicemente connesso all’assenza
di materia; uno spazio privo di costruzioni può
essere nondimeno pervaso da forze percettive e pieno
di densità, che possiamo chiamare sostanza visiva.
Si coglie l’importanza data, quindi, all’azione
dell’osservare in relazione alla particolare sensazione
derivante, aspetti cardine di questa specifica interpretazione
dello spazio, la cui analisi avviene attraverso
delle categorie prestabilite, rintracciabili già
nel precedente volume Arte e percezione visiva
(1954): campi di forze, simmetria e asimmetria,
verticale e orizzontale, figura-sfondo, ordine e
disordine.
Il parallelo con le altre discipline figurali come
pittura e scultura appare fondante la specifica
visione dell’autore, le cui teorie si adattano al
campo e alle necessità dell’architettura portando
a riflessioni particolarmente interessanti per l’ordine
e il disordine nel disegno, la natura del simbolismo
vivente e le relazioni tra funzionalità ed espressione.
«Il significato del termine ordine è stato alterato
da una polemica che lo identifica in genere con
un ordine particolare, esaltato da tutta una generazione
di designers, di artisti e di architetti, e rifiutato
in quanto fastidiosamente restrittivo da un’altra.
L’ordine ha finito col significare una riduzione
a semplice forma geometrica, una standardizzazione
di tutto per tutti, una predilezione per la basilare
funzione fisica rispetto all’espressione, e per
la razionalità a spese della creatività spontanea».
Per Arnheim le controversie sulle preferenze stilistiche
vanno e vengono, quello che invece va desunto come
carattere fondamentale è la necessità intrinseca
di ordine al funzionamento di qualsiasi sistema
organizzato, quale che sia il suo ruolo, fisico
o mentale e quale che sia la sua complessità, in
architettura come in un’opera d’arte, se si vuole
riuscire a trasmettere un proprio messaggio e assolvere
la funzione alla quale si è deputati. In dissenso
con Robert Venturi, che sostiene possibile un’intrinseca
contraddizione all’interno del progetto, l’autore
esclude l’alternativa del disordine, della confusione,
il volgare assommarsi di elementi incompatibili,
poiché una costruzione deve sempre chiarire se è
diritta o ricurva, unitaria o composita, simmetrica
o asimmetrica, semplice o complessa. Soltanto in
questo modo assolverà alla funzione per cui è stata
pensata, a meno che il suo unico obiettivo non sia
invece quello di sconcertare.
Altrettanto importante diviene chiarire il concetto
di simbolismo che nella sua spontaneità deriva dall’espressione
intrinseca agli oggetti percepiti: «per essere vista
come espressiva, la forma di un oggetto deve essere
vista come dinamica». Ancora una volta il rimando
è ai fondamenti psicologici dell’espressione percettiva,
l’obiettivo quello di dimostrare che gli elementi
fondamentali dell’architettura, ossia materia e
forma, peso gravitazionale e forza di gravità, dipendono
dalle esperienze che noi abbiamo avuto in noi stessi.
Quello che noi riceviamo è l’immagine visiva delle
sagome di superficie, che acquistano il loro carattere
dinamico man mano che l’immagine stessa viene elaborata
dal nostro sistema nervoso, man mano che viene arricchita
dalle informazioni che nell’inconscio già possediamo.
Questo tipo di visione presuppone una sorta di movimento
interiore a cui fa riscontro un percorso esteriore:
l’uomo può interagire con lo spazio, cambiare punto
di vista, entrare in quella sorta di costellazione
di oggetti e averne ogni volta una visione-interpretazione
diversa, girando attorno alle cose, spostandosi
in orizzontale e vivendo-sperimentando la pianta.
Così come si potrebbe fare con una scultura egli
fa in architettura. Diviene fondamentale allora
trovare dei punti di riferimento notevoli, senza
i quali si assisterebbe a un’interminabile promenade
architecturale.
La soluzione sta forse nel rapporto tra funzionalità
ed espressione: «non c’è modo di valutare l’armonia
di relazioni piacevoli tra forme in sé, se queste
devono incarnare un tema funzionale, come quelle
del ricevere, contenere e versare». La forma non
rappresenta semplicemente la facilitazione fisica
della funzione, piuttosto essa traduce le funzioni
di un oggetto nel linguaggio dell’espressione percettiva,
la cui costruzione e ordine evocano quel simbolismo
spontaneo immediatamente collegabili anche ad aspetti
fondamentali del comportamento sociale umano: i
fabbricati incidono in larga misura nel determinare
quanto ciascuno di noi è individuo o membro di un
gruppo, e fino a che punto possiamo prendere liberamente
delle decisioni o dobbiamo obbedire alle delimitazioni
spaziali. Un edificio risulta in ogni suo aspetto
un dato della mente umana, è un’esperienza della
vista, dell’udito, del tatto, di caldo, freddo,
azione muscolare, con tutti i pensieri e le sollecitazioni
che ne conseguono, sensazioni che vanno «di pari
passo col bisogno di pace, privacy, spazio, armonia,
ordine e colore», condizioni di comfort inconsapevolmente
desiderate.
A inizio libro, aveva scritto: «Un libro dedicato
alla forma visiva dell’architettura richiede qualche
giustificazione. Vi sono sufficienti motivi per
concentrare tanta attenzione sull’aspetto degli
edifici? E, in caso affermativo, riuscirà un’analisi
del genere a lasciare il più possibile da parte
tutte le connotazioni sociali, economiche e storiche,
nonché gli elementi di natura tecnologica, così
intimamente connessi all’arte delle costruzioni?».
Ma se un limite si può trovare a un’analisi talmente
approfondita del rapporto che intercorre tra uomo
e architettura, della percezione visiva dell’osservatore
attraverso la disamina di un percorso interiore
e esteriore sotteso a una dinamica di movimento
conscio e inconscio, è forse il distaccarsi completamente
dalla realtà circostante che nel progetto architettonico
rimane pur sempre una delle matrici fondamentali
e imprescindibili da esso.
NOTA SULL'AUTORE
Nato a Berlino nel 1904, qui ha studiato Filosofia
e Psicologia, laureandosi in Psicologia sperimentale.
I suoi maestri furono i fondatori della scuola della
Gestalt. Dai suoi esperimenti sulla percezione dell’espressione
nacque nel 1932 il libro Film come arte.
Nel 1933 fu chiamato a Roma dall’Istituto nazionale
per la Cinematografia Educativa, contribuendo ai
lavori per un’Enciclopedia del Cinema, sospesi nel
1938. Per ragioni razziali nel 1939 emigrò a Londra
e nel 1940 negli Stati Uniti, dove dal 1943 tenne
la cattedra di Psicologia dell’Arte al Sarak Lawrence
College di Bronxville e alla Graduate Faculty della
New School di New York. Nel 1954 pubblicò Arte
e percezione visiva. È stato presidente della
American Society for Aesthetics e della divisione
estetica della American Psychological Association.