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  Il Museo Moderno. Palazzi per la gente
 

Luca Basso Peressut, Il museo moderno. Architettura e museografia da Perret a Khan, Lybra Immagine, Milano 2005.

GAETANA RUSSO- Una diversa connotazione sociale è data dal volume di Basso Peressut al museo: “spalancate le porte”, esso accoglie tutte le varie tipologie di visitatori, senza distinzioni né filtri, intravedendo in ciascun individuo una possibile passione che spinga verso un desiderio di conoscenza, più o meno approfondita, dell’opera d’arte. Favorire l’istruzione, elevare il potenziale di cultura della collettività, divengono caratteristiche prime di questi spazi considerati parimente necessari come le chiese e le biblioteche. La concezione del nuovo lavoro che il museo deve svolgere si ha nella definizione “esposizione-conservazione-educazione” che il progetto deve assimilare, fare proprio e tradurre in forma architettonica: affrontare questo tema non è però cosa semplice, implica una conoscenza trasversale alla disciplina che esula dal campo dell’architettura: necessita di contributi degli esperti del settore, non solo architetti, quindi, ma teorici dell’istituzione, non solo museografi ma anche museologi.
La forza connotativa del museo ottocentesco è tale da far sentire a lungo i suoi effetti. Il percorso che porterà ad abbandonare l’interpretazione del carattere monumentale dell’edificio pubblico per quello di macchina espositiva - considerata ancora per molti anni asettica, neutrale, connotata da un’indifferenziazione spaziale funzionalista - si articolerà tra dibattiti teorici e realizzazioni concrete nell’arco temporale che abbraccia cinquant’anni del XX secolo, i cui migliori contributi ritroviamo nello sviluppo di questa dissertazione, la cui quantità e qualità ne fa un’offerta formativa di notevole interesse, quasi a voler divenire anch’essa strumento di educazione per gli studiosi del settore.
L’autore ha fatto dei musei e della museografia il tema centrale dei suoi studi e della sua ricerca. Diverse sono, infatti, le pubblicazioni di approfondimento, la cui chiave di lettura va colta fin da subito nel punto di vista che viene privilegiato: «quello che riguarda la fenomenologia delle espressioni fisiche di questo processo: architettura, spazi e allestimenti espositivi, alla luce di un dibattito che ovviamente non può non ricomprendere tutti i punti di vista (non solo quello dei progettisti ma anche quello dei teorici dell’ istituzione, non solo i museografi ma anche i museologi)».
L’analisi si avvale di un procedimento del tutto singolare: viene enunciato un tema di interesse, ne si definisce la struttura e l’interpretazione attraverso la stesura di un saggio e attorno a delle tesi, annunciate e indagate, viene raccolta una serie finalizzata di contributi di vari studiosi e di esempi di realizzazioni a sostegno e/o a sviluppo delle tesi assunte. Tutti i libri di Basso Peressut, scrive Arrigo Tudi nella prefazione al testo, «sono costruiti secondo questo artificio che, a parte un primo impatto in qualche modo sconcertante, contribuisce a formare un testo ricco, interessante, che consente di fruire, attorno al tema individuato, di interpretazioni e di punti di vista molto articolati». In questo modo è costruita anche questa pubblicazione, il cui titolo suddiviso in due parti distinte rievocherebbe i temi principali su cui si costruisce l’intera opera: la prima, nell’usare il maiuscolo per le due stesse iniziali, rimanda intenzionalmente al Movimento Moderno e alla messa in discussione dei modelli derivati dalla tradizione, la seconda riassume in sintesi le ragioni e i contenuti della stessa definendone i confini temporali, lo spazio storico entro il quale si colloca la ricerca oggetto di studio, cioè il periodo a cui fare riferimento per la definizione del “Museo Moderno”, che copre «il cinquantennio che va dagli anni Venti ai primi anni Settanta del Novecento, in cui massima è stata la concentrazione di riflessioni, proposte, progetti e realizzazioni dove è chiaramente riconoscibile il contributo alla riforma museale in Europa e negli Stati Uniti».
La lettura viene articolata in tre parti distinte a cui corrispondono altrettanti periodi cronologici ben definiti, il cui pensiero emerso dal dibattito storiografico viene sintetizzato dall’autore con titoli brevi ma incisivi e la cui argomentazione si avvale di un preciso grado di autonomia, con finalità e contenuti chiaramente identificabili. Ciascuna parte è completata da una selezione di brani scelti che integrano l’argomento trattato, facendone un testo autonomo e indipendente, quasi un “libro nel libro”.
Il lasso di tempo che intercorre tra il 1927 e il 1934 viene sintetizzato come Tradizione e innovazione: la “messa a punto” dell’idea di Museo Moderno, che si è sviluppata e ha preso consistenza attorno agli anni Venti del XX secolo, muove dall’influenza che le grandi Esposizioni hanno sulla natura e sull’idea degli stessi: non più edifici ornamentali della città, ma esempi dei molteplici luoghi dell’esporre che in quel momento partecipano alle dinamiche della società industriale. Vengono così raccolte, introdotte da un saggio dell’autore, e messe a confronto le idee dei protagonisti principali del dibattito che si andava sviluppando e di cui i saggi scelti sono testimonianza significativa, spaziando da contributi più teorici ad altri che concretizzano gli approfondimenti della propria ricerca in descrizioni articolate di progetti di cui cogliamo la distribuzione degli spazi, la circolazione interna, i materiali utilizzati, l’illuminazione, la coibentazione, i pavimenti e le finiture parietali.
La seconda parte, più complessa e ampia, abbraccia un intervallo di tempo maggiore, dagli anni trenta agli anni cinquanta del XX secolo, la cui ricchezza e qualità produttiva viene riassunta in Icone museali del Moderno. Qui emergono con evidenza le idee che sul museo e sulla sua organizzazione – potremmo dire sulla museografia –esprimono i più noti architetti del tempo, da Le Corbusier a Wright, da Mies Van der Rohe a Walter Gropius. Trovano oltremodo spazio i contributi di museologi, critici, storici e direttori di musei, offrendo una visione trasversale e interdisciplinare delle tematiche affrontate. Forse per una migliore compatibilità nell’approccio, risultano più interessanti gli interventi degli architetti che, uscendo dal loro ambito professionale, «riflettono sull’idea di museo e sui modi della sua realizzazione, fornendo nuove ipotesi di organizzazione, ancora oggi stimolanti e condivisibili, e traendo considerazioni teoriche generali, pur avendo sempre presente la volontà di dare forma costruita alla teoria» (A. Rudi). Nasce l'esigenza di creare una nuova forma che metta in risalto il primato dell'opera sull'invaso spaziale. Tendenzialmente il risultato darà frutti positivi in due direzioni: una che vedrà lo spazio espositivo come percorso (Le Corbusier e Frank Lloyd Wright), l'altra come spazio continuo e fluido (Mies van der Rohe). Affascinante il progetto di Le Corbusier sviluppato tra il 1931 e il 1939, una machine à exposer in cui prevale il valore dell’interiorità sull’esteriorità: il museo perde la facciata, il visitatore non vede altro che il suo interno, ciò che viene esposto, il tutto inserito in una promenade che non è più architecturale ma espositiva.
L’ultima parte analizza il periodo tra gli anni cinquanta e settanta, definito Il dialogo con la storia. L’autore, con il metodo già descritto in precedenza, raccoglie contributi al dibattito sui musei, teorici e specifici di vari autori, critici e progettisti, facendoli precedere da un suo saggio in cui viene sottolineata la particolarità del momento storico, il secondo dopoguerra, e le conseguenze degli eventi bellici sul patrimonio monumentale e artistico, il cui intervento di ricostruzione impone approfondite riflessioni che portano a esperienze progettuali di valore e di ricerca nel campo museografico. Condizione anomala per gli esponenti del Movimento Moderno che si ritrovano nella condizione di dover salvaguardare quella “parte” di storia e tradizione di cui aveva negato, all’epoca delle avanguardie, l’importanza e che ora diventava un contributo complementare e integrante il nuovo progetto del museo, tanto quanto le riflessioni a loro contemporanee sulla città e sull’architettura. Finalmente si possono prendere a riferimento autori italiani, la cui scelta è particolarmente stimolante, soprattutto perché hanno già fatto proprio questo tipo di rapporto con il passato, e, sebbene intervengano tardi all’approfondimento dei problemi legati al rinnovamento dei musei, si inseriscono con argomenti fondamentali, contrapponendo al modello di museo ottocentesco, ormai considerato obsoleto, quello di “museo attivo”. I temi principali dibattuti negli anni Cinquanta li ritroviamo così all'interno dell'architettura del museo: dal ruolo civile della forma al recupero di «una rappresentatività legata a occasioni privilegiate» sino all'incontro tra la tradizione e il nuovo (Franco Albini). Si afferma in questo modo una concezione del museo a servizio della società, in una attitudine aperta nei confronti dei visitatori e dell'attività educativa a loro offerta, in quel culto del pubblico frequentante che rappresenta il centro ideale di questo processo di rinnovamento.
Nonostante la varietà delle soluzioni è comunque possibile tracciare una linea museologica comune che prevede una maggiore selezione delle opere esposte. Su esse viene costruito un percorso la cui comprensione risulta immediata anche per il visitatore. Questo tipo di scelta permette la costruzione di spazi volutamente unici, creati “artisticamente” quasi quanto le icone esposte, vere e proprie invenzioni allestitive che, utilizzando materiali e tecniche contemporanee alla materia storica, divengono immagini vive e concrete nell’immaginario dello studioso quanto del comune fruitore, tanto da affermare che «alcune opere sono meno belle della loro messinscena» (G.E.K. Smith, The Architecture of New Europe, World publishing Co., Cleveland (Oh.)-New York 1961, p. 191). Viene riproposto il tema del museo come fatto d’arte complessivo coinvolgente l’architettura, l’allestimento, le opere esposte, un museo-scrigno (termine utilizzato più volte da Louis I. Kahn nei suoi saggi) che richiama quella spazialità intima delle “stanze delle meraviglie” seicentesche, quella stessa atmosfera che non si può non respirare in capolavori d’arte totale come il museo di San Lorenzo a Genova di Albini.
Questo tipo di rapporto e dialogo con la storia in realtà geografiche e contestuali diverse muta e approda a soluzioni e declinazioni molto distanti, in cui l’aspetto compositivo è molto più influenzato dal valore della comunicazione e dell’educazione all’arte. Prefiguratore di tale tendenza, divenuta poi dominante la scena museografica, è Kahn, a cui dobbiamo gli approfondimenti e gli studi del rapporto tra luce ed opera d’arte, “la sola accettabile per un’opera d’arte” , elemento di qualificazione ambientale prima ancora che fatto tecnico a servizio dell’esposizione, luogo di una poiesi artistica appropriata a uno scrigno di preziose conoscenze. Oggi alla museografia è richiesta una continua messa a punto di tipologie innovative di architetture, spazi, allestimenti e strutture comunicative adeguate alla complessità dei temi progettuali: dal paesaggio all’architettura, dall’architettura degli interni al design dell’allestimento e dell’exhibit comunicativo, dalla grafica dei pannelli ai filmati, fino all’elaborazione dell’immagine virtuale di musei che possiamo vedere solo su internet.

 

NOTA SULL'AUTORE
Ordinario di Architettura degli Interni e Allestimento, insegna presso la Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano. È anche docente del Dottorato di Architettura degli Interni e Allemento. È coordinatore della sezione di ricerca “Il Museo della cultura politecnica”. Attualmente è coordinatore nazionale della ricerca cofinanziata MURST dal titolo “Il nuovo museo. Architettura, territorio, paesaggio”.
È membro del Comitato scientifico della Collana di Museologia e Museografia della casa editrice Edifir, Firenze, della rivista dei Dottorati di Progettazione architettonica italiani ARC-Architettura, Ricerca, Composizione e della rivista Esporre. È membro del comitato scientifico del Museo Tridentino di Storia Naturale. Si occupa da tempo delle problematiche inerenti l’architettura mussale e la museografia, organizzando e partecipando a ricerche, convegni, mostre e curando progetti.