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Spazi tra economia e socialità
 
Alex Wall, Victor Gruen. From Urban Shop to New City, Actar, Barcelona 2005.

MARIANA SIRACUSA - Nella Vienna dei primi anni del Novecento Adolf Loos progetta negozi e locali pubblici: il negozio di piume ornamentali Sigmund Steiner nel 1906, il Kärntner Bar tra il 1908 e il 1909, l’edificio commerciale Goldman & Salatsch tra il 1909 e il 1911, la sartoria per uomo Kniže & Co tra il 1910 e il 1913. La città è capitale dell’Impero austro-ungarico, la strada è un teatro per un pubblico mai uguale, le vetrine sono un palcoscenico progettato per mettere in scena nuovi prodotti, gli interni sono luoghi del consumo capaci di vitalizzare il centro urbano. In questa metropoli cresce Victor Gruen, che nasce nel 1903 e vuole fare l’architetto. Gli interni domestici non gli interessano, vuole progettare spazi semi-privati, quindi semi-pubblici, capaci di instaurare un rapporto diretto e attivo con la strada e con il passante che deve, entrando, trasformarsi in consumatore. Influenzato dalle idee di Loos, progetta gli interni della profumeria Bristol: dietro a una facciata di soli due metri e mezzo completamente vetrata, la lacca bianca e gli specchi che ricoprono tutte le superfici sembrano essere parte della strada. Due anni più tardi, nel negozio Singer, trasformerà la vetrina in portico per invitare il passante a sottrarsi alla corrente del traffico pedonale: questo spazio è l’introduzione abbagliante a un interno che non si vede, altro mondo rispetto all’esterno.
Nel 1938 la Germania nazista annette l’Austria e Gruen, ebreo, emigra negli Stati Uniti. A New York, conoscerà Elsie Krummeck con cui continuerà a lavorare sul concetto di vetrina-portico, volume interno, protetto, che colpisce l’occhio staccandosi dalla monotona superficie della facciata, momento progettato per regalare una pausa a chi cammina, spazio che seduce.
Shopping non è soltanto semplice scambio di denaro e beni, ma è un attività sociale, interattiva, con una sua estetica e teatralità, che implica movimento. Ma, iniziata la guerra, il singolo negozio non sembra più essere importante. Migliaia di donne lavorano nelle fabbriche e hanno un proprio reddito; Gruen si convince della necessità di creare catene di negozi che vendano moda femminile a prezzi medio bassi e inizia a progettare, insieme a Krummeck, i Grayson’s Stores. Cambia la scala del progetto e nuove variabili divengono fondamentali. Gigantesche facciate dominano la strada, illuminate in modo spettacolare di notte, mentre l’automobile trasforma le abitudini degli americani e la città stessa. A causa della guerra, vi sono grandi limitazioni nell’utilizzo dei materiali da costruzione. Per poter continuare ad aprire grandi magazzini in tutto il paese è necessario allestire interni che siano scenografie invece che architettura: tessuti ignifughi vengono montati su strutture di legno agganciate a parete e sospese a formare contro-soffitti. I negozi sono ancora un palcoscenico.
Gruen e Krummerck si trasferiscono a Los Angeles che «è architettura istantanea in un paese urbano istantaneo. Qui il linguaggio del design, dell’architettura e dell’urbanistica è il linguaggio del movimento» (R. Banham, Los Angeles. The architecture of four ecologies, The Penguin Press 1971, trad. it. Los Angeles. L’architettura di quattro ecologie, Costa & Nolan, Genova 1983, p.1).
Dopo la guerra, Macy’s e Joseph Magnin consentiranno a Gruen di progettare grandi negozi, eleganti e raffinati, in cui l’attenzione è puntata sulle caratteristiche spaziali che possono influenzare l’umore e il comportamento delle consumatrici. Milliron’s invece gli darà l’occasione di ideare il primo edificio indipendente in cui la presenza dell’automobile caratterizza in modo molto evidente un’architettura con due grandi rampe che permettono l’accesso al grande parcheggio sul tetto. Reyner Banham chiarisce che: «una ragione del fascino che l’automobile esercita presso una comunità dispersa e relativamente sotto-attrezzata è che essa richiede, fondamentalmente, pochissimi servizi specifici: viaggerà discretamente su qualunque superficie sufficientemente piana e solida» (Ivi, p. 64). Gli accessi, d’ora in poi, saranno studiati in modo indipendente per separare i flussi di macchine, pedoni, merci.
Contemporaneamente inizia a essere evidente la necessità di creare distretti commerciali che siano compatti nella loro estensione, facilmente accessibili dalle autostrade e luoghi capaci di integrare retail, servizi e spazio pubblico. Gruen si rende conto che i distretti commerciali regionali possono (devono) assumere una funzione sociale e culturale forte per le comunità che vi stanno intorno. Essi devono essere concepiti come il risultato di un’equazione i cui dati sono accesso, parcheggio, funzione sociale, funzione culturale, funzione commerciale e, soprattutto, spazio pubblico, che è tessuto connettivo libero dal traffico veicolare, promenade in grado di segnare il ritmo tra i luoghi del «consumo». Il verde, l’arte, e la comunicazione diventano protagonisti di questa nuova strada a misura d’uomo. Strada simile descritta da Walter Benjamin nei Passages: «Il commercio e il traffico sono le componenti della strada. All’interno dei passages, la seconda componente è venuta meno; il loro traffico è rudimentale. Il passage è soltanto strada sensuale del commercio, fatta solo per risvegliare il desiderio. Con il sorgere dei grandi magazzini per la prima volta nella storia i consumatori cominciano a sentirsi massa. Cresce pertanto l’elemento cistercense e spettacolare del commercio» (Das Passagen-Werk, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1982, trad. it. Parigi, capitale del XIX secolo. I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino 1986, p. 87).
Tra il 1951 e il 1954 Gruen costruisce Northland, il più grande distretto commerciale regionale negli Stati Uniti. Nel 1953, Jacob Bakema e Johannes van den Broek costruiscono a Rotterdam, in Olanda, il Lijnbaan, prima arteria pedonale commerciale nel centro di una città europea. Anche in questo caso l’architettura disegna un nuovo paesaggio urbano con portici, giardini, sculture, fontane, ma ci si trova nel cuore della città. Ancora nel 1953, il MoMA chiede a Philip Johnson di progettare un giardino delle sculture che lui disegna come una successione di cinque stanze chiuse alla strada da lastre di marmo grigio e suddivise da verde e vasche d’acqua. L’esempio non è legato a uno spazio commerciale ma, come gli spazi pubblici pensati da Gruen o da van den Broek e Bakema, si tratta di uno spazio di sosta, pausa dove lo sguardo è forzato in direzioni ben precise a guardare precisi oggetti.
Negli Stati Uniti la creazione di spazi multi-funzionali nelle periferie ha spostato il baricentro dell’intero sistema urbano. Alla fine degli anni cinquanta, il centro, libero da funzioni commerciali, degrada velocemente. Il problema principale continua a essere la mobilità. Secondo Gruen, il progetto, per dare nuova vita al centro non può prescindere da una pianificazione accurata delle infrastrutture: una nuova zona commerciale deve essere definita nel suo perimetro da arterie stradali a senso unico, che possano collegare direttamente le varie zone della metropoli alle aree di parcheggio da ricavare dall’abbattimento di edifici obsoleti. La necessità di rendere pedonale il centro implica, inoltre, la riqualificazione degli spazi esterni e la creazione di portici che possano costituire ambienti urbani a metà tra interno e strada. La città deve essere progettata sulla base di distanze che il pedone possa superare comodamente. L’obiettivo è quello di avere centri urbani che abbiano qualità ambientali migliori della periferia.
Gruen capisce che il decentramento non può funzionare. È necessario piuttosto creare nuovi centri, nuove città indipendenti e autosufficienti, con caratteristiche a metà tra centro urbano e campagna, tra urbano e suburbano, tra pianificazione e libertà. Il centro commerciale può rappresentare un buon punto di partenza se viene progettato insieme alla costruzione di nuove comunità residenziali.
Se questi principi risultano essere applicabili negli Stati Uniti, dove non vi sono problemi di estensione del territorio, lo stesso non può valere per l’Europa. Nel 1968 Gruen lascia l’America per tornare a Vienna. Tra i primi a parlare di sostenibilità, continuerà a combattere perché gli spazi storici delle città europee non vengano demoliti e trasformati in parcheggi, per impedire che nuovi centri commerciali in stile americano vengano costruiti nelle periferie, perché la progettazione delle autostrade urbane non divida e distrugga le diverse comunità cittadine. Tutto ciò sembra contraddire il lavoro di una vita spesa a indagare il rapporto tra strada e spazi commerciali. Ma riguardando il suo lavoro ci accorgiamo che, continuamente, l’architetto-pianificatore ha cambiato direzione. Se negli anni venti egli progetta piccoli negozi per beni di lusso, negli anni quaranta disegna grandi magazzini; se, ancora negli anni venti, si preoccupa del flusso di persone che camminano, negli anni quaranta si interessa del movimento delle automobili. Se, ancora, negli anni quaranta crede di dover contribuire a decentrare la popolazione dai centri urbani, dagli anni cinquanta in poi si preoccupa proprio del contrario. Se il commercio e l’utile sono l’obiettivo iniziale, la creazione di un paesaggio urbano rispettoso della vita sociale e culturale sono l’obiettivo finale: «Our functionalism is romantic… our romanticism is entirely functional».

NOTA SULL’AUTORE
Alex Wall si laurea in architettura all’Architectural Association di Londra nel 1977 e tra il 1982 e il 1989 lavora all’Office for Metropolitan Architecture (OMA) a Rotterdam. Tra il 1990 e il 1995 è professore associato all’Università della Pennsylvania. Attualmente è professore di Urban Design alla Facoltà di Architettura dell’Università di Karlsruhe in Germania. È autore di:

WALL, Alex, Victor Gruen. From Urban Shop to New City, Actar, Barcelona 2005.

WALL, Alex, DE MARTINO, Stefano, Cities of childhood. The Colonie in Italy in the 1930s, Architectural Association, London 1988.